Una vita da Mediano

Vittorio Staccione e la sua storia

Chiuse gli occhi e le vide, finalmente, dopo tutti questi anni di sofferenza spesi a lottare, in mezzo al campo e nella vita, senza mai una sosta. E, così, tutto sembrò più dolce ed un sorriso, finalmente, vinse la sua partita, con la vita e con la morte: ora era con sua moglie e sua figlia. Era sempre stata così movimentata la sua avventura su questa terra, fin da piccolo, tra i vicoli di Torino, sia che fosse in fabbrica con il padre e i fratelli, sia che fosse a tirar calci al pallone tra i monelli, con i muscoli d’acciaio e il cuore granata cucito nell’anima. Era il suo destino, non mollare mai. Era stato così quando il mitico Bachman se lo era portato dai ciottoli in riva alla Stura fino al mitico campo del Filadelfia, ed era stato così quando i tedeschi se l’erano portato via a Mathausen, su un carro bestiame, senza acqua e senza cibo, con altri 69 come lui. Triangolo rosso, prigioniero politico. Era sempre stata così. In campo Vittorio Staccione, torinese doc classe 1904, non sapeva risparmiarsi, non sapeva non dare fino all’ultima goccia di sangue e sudore per i compagni e per la causa e nella vita faceva altrettanto. Lotta, giustizia, libertà. E si che di botte ne aveva prese, li sui campi di mezza serie A, prima con il suo Toro e poi con la Fiorentina. E che carriera avrebbe fatto se non fosse stato per quella sua sete di giustizia e libertà. Sempre inviso al regime, sempre perseguitato da un fascismo che non poteva tollerare uno come lui. A Cremona non mettevano neanche il suo nome nelle cronache delle partite per non infastidire il potente Farinacci, a Torino gli ruppero le costole per non farlo esordire al ritorno, a Torre Annunziata, con la Savoia, gli distrussero il ginocchio, fuori dal campo, così da non farlo giocare più. Ma Vittorio aveva ancora una partita da disputare, quella con la vita, la stessa maledetta vita che a Firenze, durante il suo periodo più bello e prolifico, gli aveva portato via Giulia e Maria Luisa, la moglie e la figlia, il giorno del parto.


Se ne era tornato nella sua Torino, a fare, nonostante la sua gloria e la sua fama, quello che aveva sempre fatto la sua famiglia, l’operaio in fabbrica. Era comunque la stessa partita. Compagni da proteggere, una squadra per cui lottare, una vittoria da trovare, una giustizia da conquistare lì, in quei turni massacranti, senza garanzie e diritti, a spaccarsi la schiena, ormai neanche più per l’Italia ma per il Reich degli occupanti nazisti. Erano cmq gli stessi avversari, quelli del fuori campo, la dittatura, il totalitarismo, l’Ovra, la polizia segreta che prima costringeva i presidenti a fargli cambiare squadra e che, ora, obbligava i padroni a licenziarlo mandandolo da una fabbrica all’altra. In mezzo gli arresti e la galera arbitraria, almeno una decina di volte. Sovversivo, sobillatore, agitatore, socialista. Questi i suoi crimini maggiori. Vittorio, però, sapeva come affrontarli e non avrebbe mai mollato, non sarebbe mai scappato. Non lo fece manco quella volta, quella in cui, dopo lo sciopero generale del ’44, fu il primo che andarono a prendere, anche se non aveva organizzato nulla. Il commissario lo aveva pure riconosciuto e aveva dato voce al suo cuore, ancora un po’ più granata che nero. Gli aveva detto con un occhiolino “vattene a casa e fatti una valigia con gli abitanti pesanti che in Germania fa freddo”. Era la sua occasione, per una volta, di tirare indietro la gamba e poter correre via, da tutto quel sacrificio, quel sangue, quel continuo lottare. Niente, alla fine andò a casa e si ripresentó, da solo, con la valigia, per essere caricato sul treno. Destinazione: campo di concentramento di Mathausen-Gusen, nell’alta Austria. Insieme a lui pure Valletti del Milan e Castellani dell’Empoli, suo fratello Francesco della Juve. A lavorare, in condizione di schiavitù, fino all’ultima energia e brandello di pelle, tra le cave di granito, le fabbriche dei motori e le baracche della morte, dove finivano gli inabili dopo le camera a gas, o le vasche di annegamento o le fucilazione arbitrarie. Tutti deportati dall’invasione nazista, spagnoli prima, polacchi e jugoslavi poi, greci e italiani infine. Non importava se fossero operai, carabinieri, insegnanti o semplici soldati rimasti fedeli all’onore della propria Patria senza tradire. Erano tutti uguali, prigionieri politici, triangolo rosso, lo stesso dei partigiani. Quante botte, quanti soprusi, quante umiliazioni per quegli uomini che avevano smesso, insieme ai loro abiti, anche le loro storie e le loro identità, ridotte ad un numero tatuato sulla pelle ed una divisa a righe. Questo erano, solo questo, vite da sfruttare fino allo fine, breve e dolorosa. In fondo, in tal senso, non era molto diverso dalla fabbrica e non poteva essere altrimenti. Quello dello sterminio era un progetto industriale perfetto, figlio di quell’ottica di produzione e consumo che il capitalismo, con cui il nazifascismo si era alleato per il potere, fino a diventarne braccio e direzione, metteva in atto ovunque. Solo che qui era stato applicato alle vite degli schiavi, degli inferiori, degli Untermenschen. Per Vittorio, però, un uomo poteva guardarne un altro dall’alto in basso solo per rialzarlo e così non si piegò mai. Neanche quando lo chiamavano, insieme agli altri ex giocatori, per giocare le partite delle SS, quelle in cui gli aguzzini mostravano i loro giocattolini per provare a vincere contro i commilitoni che proprio su quelle vecchie glorie, ormai pelle e ossa, si accanivano di più. Lui era comunque lì, a lottare a metà campo, a rompere e impostare, su ogni fottuto pallone, a spronare ogni compagno, pure quelli tedeschi a volte. Non importava se avessi in corpo un po’ di brodo con una carota o un lauto pasto, non importava se avessi sulla pelle ore e ore di fatica o il riposo del campo, importava lottare per se stessi ed i compagni, perché la fame e la fatica potevano andare e venire, ma la dignità una volta persa non si avrebbe più avuta. Lottava per quella Vittorio Staccione, il gigante dal cuore granata e viola. Lottava per quella anche quel terribile giorno, quello in cui lo video per l’ultima volta, con la divisa a brandelli ormai ben più grossa di lui e la gamba maciullata dai tedeschi. Morì poco dopo, di setticemia e cancrena, lì nel sottocampo di Gusen, il 16 marzo del 1945, una settimana prima del fratello, meno di due mesi prima della liberazione del campo da parte degli alleati. Pensavano di averlo domato, di averlo spezzato, ma se ne andò con un sorriso, finalmente era con Giulia e Maria Luisa, la famiglia che aveva sempre voluto.

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