La Tana

Era da poco scesa la sera e, mentre Miglio riscaldava le polpette al sugo di Mamma Carla e Cesare tagliava una pagnotta di pane di Lariano, Salvatore ammirava orgoglioso il suo scaffale musicale, pieno di rarità a quarantacinque e trentatré giri, tutte consigliate o, addirittura, rimediate direttamente dal Barbarossa con il quale, ormai, aveva stabilito un vero e proprio scambio musicale per cui il ciabattino gli donava delle rare perle rock, scovate chissà come e chissà dove, ed in cambio il ragazzo effettuava al vecchio anarchico commissioni varie o rimediava pezzi di ricambio per le riparazioni di casa. Erano bellissimi, una collezione unica in quell’angolo di mondo. Quale mettere, quale quello giusto per dare il vero via alla serata? Fu un attimo, poi scelse il disco perfetto e lo accarezzò quasi fosse una reliquia, con quella copertina così sfuocata, la scritta in stile hippy e i volti dilatati come in una visione. Si, era lui. Lo mise sul piatto che aveva rimediato giù a Porta Portese e che Fero gli aveva aggiustato come un mago, poggiò delicatamente la puntina e il fruscio del trentatré giri iniziò a liberarsi nell’aria, riempiendo la tana della sua musica di John, Paul, George e Ringo.

“Asked a girl what she wanted to be
She said, baby, can’t you see
I want to be famous, a star on the screen
But you can do something in between

Baby, you can drive my car
Yes, I’m gonna be a star
Baby, you can drive my car
And maybe I’ll love you.. ”

La tana era ciò che rimaneva di un vecchio vagone letto degli anni cinquanta, ormai in disuso, che aveva scovato l’anno prima Cesare, il quale, grazie al suo lavoro di addetto al carico e scarico merci, conosceva quel posto come le sue tasche. Come tante altre vetture si trovava senza rotaie, lasciato ad arrugginire, al tempo e alle intemperie, sulla banchina deposito dello Scalo Prenestino, tagliato in più parti. I primi a smontare tutto, pezzo per pezzo, erano stati gli addetti delle Ferrovie dello Stato che spedivano i vecchi componenti, e parte del mobilio ancora in buono stato, per allestire le vetture di nuova concezione che venivano costruite, a Torino, negli stabilimenti satelliti della Fiat. Poi erano arrivati gli operai delle varie imprese, che operavano con le rimesse del ministero dei trasporti, a dissaldare, ritornire e riutilizzare ogni tipo di parte meccanica come fornitura a basso costo ed infine, dopo tutti gli altri, era toccato ai ragazzi della borgata, che rubavano ferro e rame da rivendere ai cantieri edili che stavano costruendo la nuova Roma. Era un gioco da ragazzi, quello, e anche Turi, Miglio e Fero lo avevano fatto più volte per racimolare qualche soldo per i dischi o le sigarette. Ci si andava a notte fonda, così da eludere sia le ronde iniziali che quelle finali a cavallo dell’alba, uno si metteva di palo a controllare l’arrivo della Polizia Ferroviaria che, proprio lì vicino, aveva la caserma, mentre gli altri due riempivano i secchi di quanti più pezzi potevano prima di darsela a gambe levate e presentarsi, di prima mattina, al capomastro del primo cantiere incontrato. I ragazzi avevano scoperto quell’ultima parte di vagone, composta da due scompartimenti superstiti ancora quasi intatti, in uno dei loro raid notturni e, così, avevano deciso di camuffarlo alla bella e meglio per farlo proprio e avere, finalmente, un posto segreto tutto loro, senza doverlo condividere forzatamente con tutto il quartiere o, peggio, con quelli del Pigneto, come accadeva giù alla fabbrica di viscosa abbandonata. Con l’aiuto di alcuni mezzi rimediati da Cesare, e grazie al supporto del suo capo squadra, lo avevano trasportato, una notte di primavera, in un’area più appartata, ricoprendo da alcuni rami e cartelli pubblicitari così da nasconderlo agli occhi di tutti. A dar loro una mano era stato, anche e soprattutto, lo sguardo benevolo e silenzioso del Sor Renato, il Sovrintendente Capo della Polfer della caserma locale. Il poliziotto, che aveva combattuto nel Corpo Italiano di Liberazione con il padre di Cesare ed era segretamente innamorato di Mamma Carmela, infatti, copriva quasi sempre i tre ragazzi e li difendeva, nei limiti del possibile dal loro nemico giurato, l’Assistente Capo Coordinatore Daniele Falcucci, che cercava sempre di incastrarli seguendo, imperterrito, la sua filosofia del “forte con i deboli e debole con i forti”.
Da quella sera di Aprile dell’anno precedente, per due mesi interi, ogni notte, i tre ragazzi lo avevano ristrutturato e messo a posto così da renderlo quasi una vera e propria abitazione. In uno dei due scompartimenti avevano creato una zona notte a tre posti, aprendo, in modo permanente, i letti che si ottenevano dalle poltrone passeggeri e dal quadro sovrastante e trasportando, dall’adiacente porzione di vettura, l’altro letto superiore così da ottenere un posto per ognuno di loro. Nell’altro, invece, avevano creato uno spazio giorno, mantenendo l’angolo dei servizi igienici e allestendo una piccola cucina con una bombola a gas. Era stata la parte più difficile, e non tanto perché erano dovuti andare in giro per rigattieri e zingari, ma ancor più perché avevano dovuto ingegnarsi, più che mai, per creare una vasca di scarico e una dedicata alla raccolta dell’acqua piovana, così da rendere tutto funzionale. Cesare, però, in questo aveva un talento pari quasi a quello nel provocare risse e, se solo ne avesse avuto modo, tempo e denaro, sarebbe diventato un super ingegnere.
Alla fine ne era uscito fuori un vero e proprio capolavoro, nessun altro aveva un simile spazio, neanche a casa propria, un paradiso ed un rifugio allo stesso tempo, un fortino da difendere e in cui custodire i propri tesori ed un’ancora di salvezza nei momenti del bisogno. Ognuno di loro ci riversava una mancanza, per Salvatore era uno spazio infinito che a casa sua poteva soltanto sognare, un letto proprio da non dover dividere con nessuno ed uno scaffale dove tenere le sue cose, per Fero era casa, la sua vera casa, lontano dalla debolezza del padre e dalla forza dei fantasmi, e per Emilio non era altro che il posto in cui qualcuno lo amava veramente così come era, senza mai giudicarlo.

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Turi si rigirò un attimo a guardare i propri fratelli d’adozione, erano troppo forti assieme, sembravano Gianni e Pinotto, due antitesi perfette eppure così affiatate: Miglio così goffo e dolce, rotondo in ogni suo movimento, Cesare forte e atletico, con lo sguardo sempre un po’ arrabbiato ma intenso come pochi altri sguardi avesse mai visto, l’uno castano chiaro, quasi biondo e ancora glabro, l’altro moro, con i capelli lunghi e ribelli e quella barba lasciata appena appena lunga. Che coppia. Salvatore non li avrebbe definiti una famiglia nel senso vero e proprio, ma erano le persone che lo conoscevano meglio e li avrebbe voluti accanto ovunque e comunque. Beh, più o meno, perché proprio in quel momento Cesare gli si avvicinò ancheggiando a ritmo di musica, con una fetta di pane in bocca che quasi sembrava un ballerino di flamenco, e, alzando ancora di più il volume della musica, lo afferrò per un ballo a ritmo di blues e gli assestó un bacio a stampo.
“Porco due Fero! Che te sei ammattito?“
“Che te se emozionato Calabré? Guarda che me piaceno ancora le pischelle! Se cambio idea però te sei er primo della lista!“
“Tu sei tutto matto fijio mio!“
“Ah-ah lo vedi che t’è piaciuto? Lasciati libero dai, non ti giudicare!“ continuó Fero abbracciandolo e trascinandolo verso Miglio che ancora trafficava con le polpette.
“Guarda Polletto invece come ci sta!” Disse poi dando un pizzicotto sul sedere del terzo ragazzo.
“Aho a me nun me toccate, nun rompete le palle! A me piacciono le donne!”
“Ma se nun ne hai mai vista una manco per sbaglio! Che ne sai te Poletto mio?!“
“Non è vero, un paio di volte ho sbirciato mia sorella! E non mi guardate così! Che devo fa? C’ha due tette!“
“Polletto fai schifo! Sei ‘n cazzo de pervertito!“
Dissero in coro i due amici che poi iniziarono a dargli delle sculacciate dietro e a strusciargli il pane intinto nel sugo in faccia mentre quello si dimenava goffamente cercando di difendersi con il mestolo e il canovaccio. Alla fine, dopo aver sparso, una quantità incredibile di pomodoro per tutta la cucina, si abbracciarono saltellando al ritmo delle ultime note.

“Baby, you can drive my car
Yes, I’m gonna be a star
Baby, you can drive my car
And maybe I’ll love you”
Beep beep’m beep beep yeah
Beep beep’m beep beep yeah
Beep beep’m beep beep yeah
Beep beep’m beep beep yeah”

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Sembrava quasi che il mondo, con tutti i suoi problemi e le sue maledizioni, si fosse fermato fuori dai finestrini di quel vecchio vagone in disuso, sembrava quasi che la felicità abitasse da sempre lì dentro, ma erano semplicemente loro a varcare quella porta in maniera diversa, le difficoltà e le ombre della vita non smettevano di esserci e talvolta uscivano fuori anche in quel placido rifugio.
Fero era quello che passava più tempo di tutti nella tana, talvolta pure finito il turno e senza neanche passare da casa e dal padre, tant’è che era considerato da tutti il vero padrone di quella reggia di borgata. Intere notti ad inveire contro il genitore ed il suo maledetto carattere remissivo, il suo stare perennemente sul divano di casa con la schiena spezzata e la bottiglia in mano, intere ore e a guardare le poche foto, rubate dal cassetto della camera da letto, in cui ancora c’era la madre. Dov’era? Con chi era? Erano sempre queste le domande che Cesare ripeteva a se stesso e al cielo della notte senza mai trovare o volersi dare delle risposte anche perché, in fondo, il ragazzo non faceva altro che nascondersi la verità. Non era uno sciocco, sapeva bene tutto, per filo e per segno, aveva capito ogni cosa quando era ancora un bambino, ma aveva semplicemente paura. Lui, Fero, “er più” dei ragazzi del quartiere, quello che passava le giornate senza paura di affrontare nessuno, quello sempre pronto a correre in soccorso di amici e non che si trovano in difficoltà, pronto a ribellarsi ad ogni ingiustizia divideva le sue notti tra rabbia e paura, entrambe logiche ma ingiustificate, convinto com’era di aver subito un torto immeritato a rimanere senza la madre e terrorizzato dallo scoprire la verità. Solo una volta Miglio, con la sua solita purezza e semplicità, aveva provato a dirgli “A Cé ma perché nun ce vai a Centocelle? Quanto pó esse grande? Ce vai e la trovi no?“
Non lo avesse mai fatto, il ragazzo era quasi letteralmente saltato al collo dell’amico che aveva sempre difeso da tutti e tutto.
“Ma tu che cazzo ne sai Pollé? Che cazzo ne sai te che c’hai tutto e stai sempre a piagne come un cazzo de ritardato che ce l’hanno tutti co’ lui? Io invece me devo sta a spaccà er culo pe’ me e pe’ mi padre che nun fa ‘n cazzo e a me nun me regala gnente nisuno. Nun c’ho mica nonno che m’allunga ‘n par de lire, nun c’ho mica mamma che me pulisce er culo pure quando vado a cacà! Quindi fatte li cazzi tua e nun me venì a di a me che devo da fa’ co’ mi madre, sennò, quant’è vero Iddio te sfonno”.
C’era voluta tutta l’arte diplomatica innata di Salvatore a riportare la calma tra i due amici, tutto il tragitto di strada verso casa per spiegare a Miglio il perché di quella reazione che non aveva capito e che, comunque, non avrebbe continuato a capire e una notte intera per far smaltire la rabbia a Fero che Salvatore, di ritorno, aveva sentito piangere di disperazione nel vagone abbandonato. Se n’era ritornato, così, a Casal Bertone, a dividere il letto con la sua famiglia capendo che era giusto in quel modo e che doveva lasciare l’amico a combattere con i propri fantasmi.
“A megghiu parola é chilla ca’ non nesci da’ vucca! Mamma dice sempre così Sarvató e pure papà diceva uguale. Hai fatto bene a lasciallo perde. Certe vorte volemo aiutà chi volemo bene ma nun é la cosa giusta perché l’aiuti mejo si lo lassi solo e je stai vicino poi. Ma je stai vicino però, perché l’aiuto se lo deve da’ da solo e solo lui se lo pó da’!“
Lo aveva rincuorato così Anita quando era tornato a casa e invece di finire nel letto con Gianni era andato da lei, tormentato dal dubbio di aver lasciato un amico in difficoltà. Aveva ragione lei, Cesare doveva sconfiggere da solo i propri fantasmi, ed in particolare quello della madre, lui però lo aveva promesso, gli sarebbe stato sempre vicino. A dire il vero sperava che il viaggio da fare, appena compiuti i diciott’anni, potesse essere un piano perfetto anche per i suoi amici e, in particolare, per Cesare. Per questo appena vedeva che gli altri cominciavano a rilassarsi tirava su l’attenzione di tutti. Anche quella sera, quando, una volta messi da parte i risparmi della settimana, che custodiva in uno dei dischi della sua collezione, “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan, si erano ritrovati tutti sdraiati nei loro letti passandosi una bottiglia di brandy che Fero aveva rubato al padre ed una canna che Salvatore aveva rimediato da uno di Villa Gordiani.
“A regà ma lo sapete che ce stanno dei posti che se c’hai diciott’anni sei già maggiorenne e poi fa’ come te pare pure a livello legale, mica come qui da noi che stamo ancora ar ventennio?”
“See, così te se bevono paro paro, da’ retta a Fero tuo Calabré, nun è quello er motivo pe’ annassene”.
“Ma nun sei stufo Cé? Semo sprecati pe’sta vita, semo sprecati pe’ cresce come li fratelli mia o come tutti quelli prima de noi. Piegati in due dalla mattina alla sera senza vede ‘n cazzo della vita vera”.
“Sarvató guarda che la vita vera è questa! La vita vera è la gente che se fa er culo pe’ campa ‘na famija, pe’ porta er pane a casa e cresce ‘n fijo. Come tu’ madre, come er padre e la madre de Miglio”.
“A me nun me frega ‘n cazzo, io me ne voglio annà, vojo vede er mondo, capì come lo guardeno l’artri. E me ne vado, sta’ sicuro, appena faccio l’anni e me metto li sordi da parte, me ne vado. E si nun volete venì ve meritate sta merda!”
“Non duri ‘n giorno senza de me regazzì. Stai sempre co’ la testa pe’aria, te magneresti solo merda e nun ce sapresti fa co’le pischello. Aho, rompi er cazzo ma alla fine venimo pure noi – sta tranquillo! – sennò come fai? Vero Pollé? Pollé?“
Miglio s’era assopito come un sasso abbracciato alla casseruola di Mamma Carla così da non dimenticarsela e se la dormiva come un grosso grasso bambino.
“Fammelo riaccompagnà a casa Fero, che sennò la madre ce se beve pure a noi va! Evvai! Me tocca ridormì a casa mia co’ mi fratello! Poi dici perché me ne vojo annà!“
“Io resto qui, da mi padre nun ce torno, tanto quello sur divano sta e sur divano rimane! Sentimose ancora st’artra canzone e poi ve ne annate. Prima però famose n’antro goccio e brindamo a n’antra fuga, tanto sta vita è tutta ‘no scappa scappa!“

“There are places I’ll remember
All my life, though some have changed
Some forever, not for better
Some have gone, and some remain
All these places had their moments
With lovers and friends, I still can recall
Some are dead, and some are living
In my life, I’ve loved them all…”

Appena finite le ultime note Salvatore andò a svegliare Miglio, il cui russare sembrava aver rimesso in moto e riportato quel vecchio vagone letto ai fasti di un tempo, e, dopo averlo scosso più volte, se lo caricò sulle spalle, ancora in dormiveglia ma capace almeno di muovere i passi. Tanto non sarebbero andati molto lontano. Appena usciti, infatti, furono fermati dall’Assistente Capo Falcucci e dalla sua pattuglia che li iniziarono ad interrogare sul perché della loro presenza lì, nella proprietà delle Ferrovie dello Stato, e su un’aggressione, ai danni di due coppie, avvenuta nel tardo pomeriggio, proprio a ridosso dello Scalo. Sarebbe anche andato tutto bene, grazie alla presenza sonnolenta di Emilio e alle tranquille risposte di Salvatore che sapeva bene come prendere Falcucci il quale, del resto, non aveva prove a loro carico, se non fosse stato per l’arrivo di Cesare che, più di ogni altra cosa, sembrava amare provocare e sfidare il poliziotto.
“Anvedi chi ce sta, er brigadiere che nun se lava i denti! Ma che l’aresti cor fiato i delinquenti? Sarebbe ‘na gran mossa sa’? Chi te scappa co’ quer tanfo!“
L’agente tirò fuori il manganello d’ordinanza e diede un colpo talmente forte al corpo del ragazzo da piegarlo in due senza respiro.
“Ai miei tempi, per quelli come te, la cura era questa, un manganello e un po’ di olio di ricino, e le cose funzionavano, c’era rispetto. Ora però questo non si può fare e, del resto, scommetto che con quelli duri come te, la cura non sarebbe neanche efficace vero?“ Chiese a Cesare afferrandogli i capelli e tirandogli su la testa ma lasciandolo sotto di sé.
“Anfatti sordatì! E le camicie nere nun ce stanno più! ” Rispose il ragazzo riprendendo fiato.
“Allora per te non sarà un problema se lo dimostriamo anche ai tuoi amici e ai miei sottoposti. Questo è per avermi dato del fascista, questo è per aver oltraggiato la divisa, quest’altro e per esserti intromesso in ciò che non ti riguarda…” E via dicendo assestando ogni volta un colpo più forte fino a farlo cadere totalmente per terra.
“Basta Sor Danié! Lo state ad ammazzà! Nun avemo fatto gniente de male e lo sapete. Se ne stavamo a tornà a casa tajando pe’ lì binari, mo se raccojemo Fero e se ne annamo. Lui domattina c’ha da lavora, io pure e Polletto si nun torna a casa je fa pijà un corpo a la madre. Ce lo sapete pure voi com’è Mamma Carla no?“
L’ assistente capo della polfer, però, si era ormai fatto prendere la mano e non ascoltava ragioni.
“Mi dispiace per la cara Carla, ma dovete ringraziare tutti il vostro eroe qui per terra! Anzi, domani, poi, raccontatelo in famiglia che bell’impresa che ha fatto. E pure voi cercate di capire chi frequentare e chi no, ormai siete grandi abbastanza. Ora tutti in caserma per il verbale e una bella notte al fresco”.
E così dicendo li spinse, col manganello, in direzione della caserma, mentre i due agenti che lo accompagnavano avevano già raccolto Cesare per trascinarlo, sotto braccia, fino al posto di polizia dove, una volta arrivati, furono chiusi in una piccola cella, con dei grossi e freddi tavolacci in legno ed una radio gracchiante in lontananza.

“Questa è la storia
Di uno di noi
Anche lui nato per caso in via gluck
In una casa, fuori città
Gente tranquilla, che lavorava
Là dove c’era l’erba ora c’è
Una città
E quella casa
In mezzo al verde ormai
Dove sarà?“

Per fortuna il pernottamento durò meno del previsto grazie all’arrivo del solito Sor Renato, superiore in grado e al comando della stazione quella notte. Le urla tra i due ufficiali avrebbero svegliato l’intera borgata solo se fossero stati in un centro abitato. Il Sovrintendente Capo non sopportava le prepotenze, non sopportava i pestaggi indiscriminati e non sopportava la vigliaccheria dello zelo, messo dal sottoposto, in una simile retata quando, poi, di fronte a contrabbandieri e rapinatori, tanto coraggio si scioglieva come neve al sole. In ogni caso quella serata sarebbe rimasta nella memoria di tante persone e nella storia della borgata a lungo. Finita la reprimenda, la libertà arrivò, per i ragazzi, con il rumore di un giro di chiavi e con i bottoni tesi della divisa del capo della polfer locale, la cui altezza e mole era a malapena contenuta dalla giacca di ordinanza. Il Sor Renato fece uscire subito Salvatore ed Emilio, così da farli tornare a casa e raccomandando un saluto speciale a Mamma Carmela da parte sua, poi, però, entrò nella cella faccia a faccia con Cesare prima di lasciarlo andare.
“Te giuro su Dio che la prossima volta che te becco qui dentro te pisto come l’uva! Quanto è vero Iddio Cé!” disse mettendogli i pugni in petto, afferrandolo per la camicia e alzandolo di un palmo da terra.
“Oh, ma che sei matto Renà? Mo che t’è preso?”
“Che m’è preso? Che m’è preso? M’è preso che so’ er padrino tuo e me so’ rotto er cazzo che te vai a buttà ar vento così ogni Santa vorta! M’ha preso che me so stufato che dai corda a quell’altro ‘mbecille pezzo de merda de Falcucci e metti in difficoltà un agente di polizia davanti ai suoi colleghi! M’ha preso che me so rotto er cazzo che butti via ar cesso la testa che c’hai e tutto er benessere per cui io e tu padre avemo combattuto”.
“Ancora co’ sta storia? Ciao core! Vallo a di’ a mi padre allora che forse se l’è scordato o se l’é bevuto sur divano”.
“Testa de cazzo!” urló il poliziotto spingendolo ancora più verso il muro. “Tu padre sta su quel divano perché s’è rotto la schiena a lavorà pe’ te quanno nun c’avevi nessuno. Tu padre vale er doppio de te. È ‘n omo! Ma nun me frega un cazzo si nun lo capisci. Mo vattene! Va ‘ndo cazzo te pare, ma quanto è vera la Madonna, se te ripijo in una situazione del genere te la vedi direttamente con me!“
Quella sera, però, Cesare tornò a casa e trovò il padre che dormiva sul divano con la radio accesa e una sigaretta che si stava ancora consumando nel posacenere. Era stato sveglio fino a poco tempo prima. Il ragazzo, lo guardò per un po’ e poi si mise a letto senza dire niente fino a quando, sfinito e pesante di pensieri, crollò sul cuscino di casa.

SE VUOI LEGGERE GLI ALTRI CAPITOLI DEL ROMANZO DI SALVATORE:

Cap. 1 – Vento di Borgata

Cap. 2 – Le Scale

Cap. 3 – Dal Sor Attilio

Cap. 4 – Miglio

 

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