Miglio

La casa dei Marchetti si trovava ad un tiro di schioppo da quella Salvatore, un bilocale posto al terzo piano, all’angolo tra piazza Cosenz e via Cugia, un’abitazione modesta ma dignitosa trasformata, dalla famiglia, in un comodo appartamento che non ti saresti mai aspettato in così poco spazio. A fare tutto non era stato un architetto, anche perché nessuno, lì in borgata, se lo sarebbe potuto permettere, ma Mamma Carla che non era né progettista né muratore ma un’ottima sarta con tanta inventiva. La cucina era stata trasportata in sala da pranzo ed una tenda, cucita dalla stessa donna, era diventata uno speciale tramezzo di separazione tra i due ambienti, la cucina originaria, invece, era stata adibita a camera da letto con un’altra magica tenda a moltiplicare gli spazi. Ci vivevano in cinque, Mamma Carla, casalinga, donna delle pulizie e sarta, Papà Patrizio, vigile del fuoco e idraulico all’occorrenza, Nonno Michele, diabetico e legale padrone di casa, Raffaella, primogenita della famiglia e, infine, Miglio, il più piccolo di casa. Emilio Marchetti, detto appunto “Miglio” o “Polletto”, era, insieme a Cesare detto “Fero” , l’amico più caro di Salvatore, e si era guadagnato quel soprannome assurdo a causa dell’altalenante glicemia del nonno che affliggeva, di conseguenza, tutta la famiglia, costretta, spesso e volentieri, a mangiare una quantità incredibile di quel cereale tanto amato nei pollai. Come al solito era stato Cesare ad avere la prima idea e Salvatore gli era andato subito dietro facendolo diventare d’uso comune per tutto il quartiere. I tre ragazzi si conoscevano da sempre, avevano imparato a camminare nello stesso cortile e, sempre insieme, avevano frequentato tutte le scuole dell’obbligo, rimanendo uniti anche dopo la licenza media, nonostante le diverse strade intraprese. Salvatore e Maurizio a lavorare, dal Sor Mario il falegname e da Proietti il meccanico, “Miglio”, al contrario, a proseguire gli studi, scegliendo ragioneria, con la speranza di poter andare a lavorare presso l’ufficio di assicurazioni dove la madre faceva le pulizie tutte le mattine. Emilio, del resto, era l’unico dei tre ad avere una famiglia stabile alle spalle, dentro casa, infatti, c’erano tutti ed entravano due stipendi più la pensione di Nonno Michele, così sia lui che la sorella potevano permettersi il lusso di studiare e proseguire il ciclo scolastico. Lei, lì nel quartiere stesso, presso l’istituto gestito dalle suore, lui, invece, giù al Prenestino. Era un tipo davvero particolare Miglio, lo avresti detto poco sveglio ad un primo sguardo, per il suo modo di parlare senza filtro, a volte quasi senza pensare alle normali convenzioni che un po’ tutti esercitiamo in un dialogo, o per il suo modo goffo e la sua capacità di trovarsi sempre in situazioni insolite, ma nascondeva un cuore grande ed un universo emotivo straordinario e se si fissava su una cosa o una tematica finiva per saperne più di un professore universitario. Nascondeva tutta la sua timida insicurezza nella ricerca di gusti strambi e particolari in ogni cosa e pendeva, costantemente, dalle labbra di Salvatore, la sua sicurezza equilibrata gli dava molta più fiducia dell aggressività ribelle di Cesare che pure amava e ammirava. Sembrava costantemente non avesse voglia di crescere, comodo e protetto sotto l’ala chioccia di Mamma Carla, e tutto ciò che non poteva mangiare il nonno veniva ingurgitato dalla sua inguaribile golosità. Da quando la sorella si era trasferita al convitto per studiare, però, era migliorato, quantomeno nella gestione dei suoi spazi, ed ogni pomeriggio, di ritorno dal turno pomeridiano della scuola, rimetteva a posto la sua metà camera da letto a ritmo di musica americana, fornita, ovviamente, attraverso il suo amico fraterno, da Federico Barbarossa “er comunista”.

“Calling out around the world
Are you ready for a brand new beat?
Summer’s here and the time is right
For dancing in the street
They’re dancing in Chicago (dancing in the street)
Down in New Orleans (dancing in the street)
In New York City (dancing in the street)… ”

Quando Mamma Carla, attratta dal volume fin troppo alto del mangiadischi, tirò di strappo la tenda che separava la parte del nonno da quella dei nipoti, la scena che si ritrovò davanti fu davvero delle più comiche. Miglio era in scena in tutta la sua rotondità, mutande e canottiera tirata su, in cima al palcoscenico della sua fantasia, ancheggiando sulle note dei Martha and the Vandellas con la scopa messa a mo’ di asta del microfono.
“Aho! Ma che cacchio stai a fa? Te pare questo er modo de sta’ dentro a ‘na casa, co’ sta musica che ce sta a sfonnà le recchie e pure n’antra cosa!”
“A ma’, ma nun lo senti che ritmo?! Questa se chiama Dancing in the streets, é robba americana, robba forte. E ce lo sai che a me me piace”
“Ma va’ a morì ammazzato va’! Te e tutti l’ammericani, si te pizzica tu padre co’ sta musica così arta sai che fine te fa fa’ co’ quella scopa! Ma io dico, che te dirà er cervello certe vorte oh! Ma nun lo senti che caciara! E rivestite, sant’iddio, che mo sei grande, coprite quella panza!“
“Secondo me nun ce sta tutto co’ la testa sto fijo tuo Carlé! Sta musica de strilloni lo sta a fa diventà scemo, senti che te dico io!” Intervenne il nonno che se ne stava, seduto sul suo letto, impegnato in un solitario d’altri tempi e che era diventato, carte in mano e bocca aperta, spettatore involontario di quella strana performance.
“Suvvia papà, suvvia, so’ ragazzi, so’ tutti così, che nun ce lo sapete? Che nun li sentite in giro pe’ la strada? Stamose carmi e nun esageramo!“ Rispose immediatamente la madre passando dall’accusa alla difesa in meno di un cambio di toga.
“Guarda che la corpa é pure la tua fija mia, lo stai sempre a difende sto ragazzino e nun je fa bene. A li tempi mia si nun filavi dritto erano sganassoni”, incalzó ancora il vecchio.
“Altri tempi papà! Altri tempi! Per fortuna ora er monno è cambiato, tocca ragionà diversamente“.
“Eh si, altri tempi! Eh, n’antro ’40-’41, ecco che ve servirebbe!“ Borbottó Nonno Michele con una delle sue solite espressioni.
“Vabbé! Vabbé! Me rivesto ma`, tanto sta pe’ arivà Sarvatore che uscimo e annamo a trovà Cesare. Che l’hai fatte ‘e porpette?” chiese con sguardo goloso Miglio abbassando il volume della musica.
“Certo che ve l’ho fatte! Che domande! E come te piaceno a te, cor sugo bello cotto e consumato, così ce poi ‘ntigne er pane prima de andà via! Ma prima te devi vestì, sennò te le metto pe’ cappello!“
Emilio non se lo fece ripetere due volte, dalla stanza alla cucina, vestito e calzato a pennello, a tempo di record e già col coltello pronto per tagliare il pane sul tavolo ed inzupparlo nel pomodoro. Era una delizia, la merenda più buona del mondo, il pane fresco catturava tutto il sapore possibile e quando entrava in bocca, col rumore della crosta croccante che si sbriciolava, restituiva, a tutto il palato, il gusto del sugo, la delicatezza del soffritto ed il sapore della carne. Miglio se la stava già gustando, con l’acquolina che gli aveva invaso la lingua, quando il citofono suonò impietoso, era Salvatore, puntuale come un orologio svizzero, manco si fossero dati un appuntamento. Se c’era una cosa a cui però il ragazzo non sapeva resistere erano proprio le tentazioni, così finì di tagliare il suo pezzo di pane, lo intinse nel sugo e lo assaporó con gusto. E poi ancora una volta e un’altra ancora, senza pensare al tempo che passava e all’amico che attendeva.
“Miglioooooooooooooo! Miglioooooooooooooo!“ Salvatore lo inzió a chiamare come neanche Tarzan faceva nella giungla, costringendolo ad interrompere l’amata merenda per affacciarsi.
“Aho ma che te strilli, guarda che te sento sa!”
“Sbrigate li mortacci tua, so’ du’ ore che te sto aspettà! Ma n’è che poco poco te stai a lavà?”
“A Sarvató ma vaffanculo va. Daje che sto scenne, arivo subito, mo statte zitto però, te prego, che mamma se ‘ncazza sennó!“
La signora Carla, però, aveva approfittato del momento per procedere spedita e risoluta come sempre e sul tavolo era comparsa, come per magia, una casseruola chiusa e impacchettata da uno strofinaccio a righe rosse e un bel pezzo di pane, cosparso di sugo pronto per essere portato via.
“Emì, qui c’hai ‘e porpette pe’ te e pe’ l’amici tua. Me ariccomanno riportame indietro ‘a casserola, er coperchio e tutto er resto, nun te scordà! Pijate pure sto pezzo de pane così te lo magni pe’ strada. E aho, nun fa troppo tardi che domani te devi svejà!“
“Ma domani è sabbato a ma’!“ rispose sorpreso l’adolescente.
“Si ma tu’ padre se ‘ncazza uguale e poi c’ hai da studià e da da’ ‘na mano a nonno, che io e tu’ padre dovemo annà a tribolà uguale sa’! E me ariccomanno, nun te mette nei guai, stattene vicino a Sarvatore e nun annà appresso a Cesare che é mezzo matto quello! Mo spegni ‘a radio che nun je la faccio più! È ‘a quinta vorta che riparte sempre ‘a stessa solfa, tu nonno sta a smadonnà”.

” They’re dancing
They’re dancing in the street (dancing in the street)
Way down in L.A. (dancing in the street)
Every day, they’re dancing in the street (dancing in the street)
Let’s form a big, strong line (dancing in the street)
Get in time, we’re dancing in the street (dancing in the street)
Across the ocean blue (dancing in the street)
Me and you, we’re dancing in the street (dancing in the street)”

Soliti_ignoti_lezione_cassefortiTotó, ne “I soliti ignoti” su P.za Cosenz

Quando Emilio scese non c’era più nessuno ad aspettarlo, si girò e rigiró ma di Salvatore non c’era neanche l’ombra. Il ragazzo, però, non se ne preoccupó più di tanto pensando che l’altro si fosse già incamminato stufo di aspettarlo e, così, alzò le spalle e si mise in direzione dello scalo quando, improvvisamente, l’amico spuntò fuori dal nulla dandogli un forte schiaffo sul collo.
“A Pollé, l’animaccia tua, stai sempre a magnà eh! So’ du’ ore, te possino oh!“
“Ahio, m’hai fatto male Sarvató! Sempre pesante co’ me!”
“Eh mamma mia Pollé! Pe’ ‘n colleto! Nun te la pijà a male, sto a scherzà! Pure te m’hai fatto aspettà qui sotto come ‘n salame, ‘n po’ te lo meritavi no?“
“Scusame, ma c’era er sughetto de mamma, nun potevo resiste. Ah, e ha fatto pure ‘e porpette!“ rispose Emilio, tornando immediatamente a quel suo tipico sorriso dolce e mettendo fine a qualsiasi discussione mai iniziata. Poi, tenendo in bocca il pezzo di pane che neanche la sorpresa e la botta dell’ amico erano riusciti a staccargli, diede la mano a Salvatore in quel modo tipico, all’americana, che ormai usavano tra di loro e i due, così, si incamminarono per scendere giù, in direzione dello Scalo Prenestino, verso quello che era il loro mondo segreto ed il loro quartier generale. Tutto il quartiere intorno, si stava avviando alla fine della giornata, tra le ultime cose da fare e la voglia di mettersi a tavola per cena. C’era chi rientrava da fine turno ancora con gli abiti da lavoro, chi rubava gli ultimi minuti di sole con una briscola o un tressette e poi bambini dappertutto, pronti a dividersi le strade in rigoroso ordine di palazzo e di genere. Non si accettavano intrusi di altri isolati e maschi e femmine raramente si mischiavano. I ragazzi giocavano a calcio nelle piazze e nei cortili, con palloni e porte improvvisate con stracci, vestiti e cartelle di scuola, le ragazze, invece, cercavano qualche pezzo di sasso o quant’altro per disegnare una campana in cui saltare a seconda di numeri e coreografie, oppure anche un pezzo di stoffa lungo o di corda per saltarla al ritmo di vecchie cantilene. Gli unici a creare gruppi misti erano i più piccoli che trasformavano le vie in una campo da battaglia e facevano a gara, a suon di sgambetti, botte e scatti da centimetristi, a chi arrivava per primo ai cestini, e alle mance, che le nonne calavano dalla finestra per le ultime cose dimenticate dalla spesa quotidiana. Un gioco duro che, spesso, procurava lividi, sbucciature e lacrime da consolare, almeno fin quando le dispute rimanevano nelle regole non scritte e le mance erano di pochi spiccioli, perché quando la posta saliva e le scorrettezze aumentavano, allora, a litigare ci si mettevano anche le mamme che, affacciate alle finestre, o sedute per strada a ricamare e rammendare, controllavano ogni palmo di strada come sentinelle feroci.

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Emilio e Salvatore ridevano davanti a quelle scene che li rimandavano direttamente alla loro infanzia, a quando, insieme a Cesare, vivevano praticamente nello stesso cortile e se la giocavano contro tutti e tutto. Quanti ricordi e quanti aneddoti, con i piani geniali e puntualmente falliti del Calabrese, con Miglio, che ne combinava qualcuna delle sue e gli altri due che dovevano sempre intervenire a difenderlo, o con Fero che si metteva puntualmente nei guai o in qualche rissa e allora tornavano tutti a casa pieni di lividi e graffi. Stavano ridendo e scherzando al ricordo di quella volta che il Sor Benito li aveva pizzicati mentre tiravano alle luci con le fionde quando Emilio ne fece un’altra delle sue.
“Sarvató, devo piscià, nun la reggo, la faccio lì dietro, e arivo” disse, dirigendosi verso il muro che dava a ridosso della ferrovia e costeggiava tutta la via, mettendosi a fare pipì proprio dietro alle macchine parcheggiate, senza accorgersi di niente, neanche della voce di Betty Curtis e della musica romantica che si sentiva dai finestrini di quella fiat.

“Se verrai con me
sul mio carro tra le nuvole,
più avanti del caldo del sol,
sull’ultima stella lassù,
se verrai.
Tu vivrai con me
in un’isola fantastica
e un mondo vedrai di lassù,
un mondo nascosto nel blu,
tutto nuovo per te…”

Da quell’850 coupé rossa uscirono in quattro, due maschi e due femmine, due coppie che si erano appartate per stare tranquille e ascoltare un pó di musica, tutto interrotto dalla brillante idea di Miglio, che gliela stava facendo proprio davanti, girato di schiena con il suo didietro piantato verso il finestrino, ignaro e tranquillo come solo lui poteva fare. I due ragazzi si fecero subito avanti.
“Ah regazzì, ma che cazzo stai a fa’? me sa che a te te serve ‘na bella lezione, mo te spiegamo noi come funziona l’educazione davanti alle signore! Girate ‘n po’ stronzé!“ Disse quello più alto dei due, un tipo glabro con i capelli più lunghi e arruffati, afferrandolo per la spalla bruscamente.
“Mo te te tiri su li carzoni, te copri quella panza che fa schifo, e chiedi scusa a ste du’ pischelle, così loro se ne rientreno in machina e noi te spiegamo ‘na cosetta”. Disse l’altro, un tipo moro, con un baffo folto, una camicia bianca aperta un po’ sul petto e una catenina d’oro al collo.
Miglio iniziò a balbettare, preso com’era dall’imbarazzo e la paura, a provare a chiedere scusa e a spiegare che lui non se ne era proprio accorto, che lui era così, non badava alle cose, ma i due non volevano proprio stare a sentire. Trovavano impossibile che non se ne fosse reso conto e, anzi, si erano convinti che lo avesse fatto apposta, per provocarli o per qualche stupida sfida di coraggio di quelle che facevano i ragazzini, ed ora erano pronti a voler dimostrare chissà cosa davanti alle due ragazze che, con poca efficacia e forse poca convinzione, avevano iniziato a chieder loro di lasciar perdere. Salvatore, nel frattempo, dall’altra parte della strada, aveva osservato tutta la scena, rimanendo con quel “Fermete Miglio” a mezza bocca e ora, nonostante avesse pensato a tutt’altro epilogo per quella giornata, si apprestava ad intervenire quando arrivó come un fulmine, Cesare. Nessuno lo aveva visto, neanche i suoi amici, ma anche lui aveva assistito alla scena, acquattato dietro una 500 bianca, e quando Emilio si era tirato sui pantaloni e quindi era pronto a poter scappare, era scattato come un giaguaro. Con una spinta buttó per terra il ragazzo coi baffi, assestandogli un destro in piena faccia, poi con una testata improvvisa, rialzandosi come un gatto, colpì pure l’altro che si ritrovó così con la mascella in fronte senza neanche capire come, e a quel punto iniziò a prenderli a calci senza sosta. La situazione, in pratica, si era ribaltata ma Salvatore si trovava nella stessa identica posizione: doveva intervenire. Stavolta, però, per fermare Cesare che, quando picchiava, diventava un animale senza controllo. Urlò a Miglio di scappare e corse verso la macchina, poi dal finestrino della 850 dove c’erano le ragazze sfilò le chiavi dell’accensione, e portó via di peso Fero, strappandolo da quei due che, nonostante il sangue e le botte, si stavano rialzando per rispondere all’attacco. Infine, dopo pochi pochi metri di corsa, si giró di scatto per gettare, dall’altra parte della strada, le chiavi appena rubate, così da guadagnare ancora più tempo per la fuga e raggiungere, a perdifiato, Miglio che, nel frattempo, con un’agilità insospettabile, aveva scavalcato il muro della ferrovia e si stava perdendo per i binari dello Scalo Prenestino. Alla fine si ritrovarono tutti e tre poco dietro il deposito dei Monopoli di Stato, lì dove arrivavano le sigarette che Cesare, con la ditta dello zio, scaricava ogni giorno e si buttarono a terra sfiniti.
“A Pollé tu sei tutto matto! Ma che t’ha detto la capoccia? Ma che te metti a piscià così davanti a tutti?” Domandò ancora con un mezzo sorriso e col sangue ancora in bocca l’ultimo arrivato
“Ma io mica me ne so’ accorto Cé, te giuro!”
“Manco a chiamallo ho fatto ‘n tempo Cé! Morì ammazzato! M’ha fatto fa ‘na corsa che che manco er negro, quello scarzo delle Olimpiadi aho!“
“Vabbé regà, che ce frega, quei due l’avemo sbragati, mo chissà ‘ndo stanno e se semo pure divertiti!“
“Io ho pure sarvato ‘e porpette regà!” Concluse Miglio che si teneva la casseruola della madre stretta al petto come un figlio. Poi tutti e tre si alzarono, abbracciandosi e ridendo felici, e si diressero verso il vagone abbandonato in cui spesso viveva Cesare e che era il loro quartier generale.

SE VUOI LEGGERE GLI ALTRI CAPITOLI DEL ROMANZO DI SALVATORE:

Cap. 1 – Vento di Borgata

Cap. 2 – Le Scale

Cap. 3 – Dal Sor Attilio

Cap. 5 – La Tana

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