Dal Sor Attilio

IAppena entrato nel negozio del Sor Attilio la vide, Emma, era in fila davanti alla vetrina dei salumi, bella come il sole, pronta a rubarti l’occhio e il cuore in un minuto. Era diversa dagli altri, non c’erano storie, e poco significava che ormai avesse una posizione, era una dote innata ed era così anche per la sorella e per la madre che in borgata c’era nata per davvero. Anzi, forse, era proprio quell’innato senso del gusto, quel patrimonio genetico che aveva trasmesso alle figlie, che le aveva permesso di ottenere un buon matrimonio e di trasferirsi nell’altra parte del quartiere, in uno di quei signori appartamenti che metà della popolazione sognava. Era una zona strana, Casal Bertone, e passeggiare in piazza o entrare in un negozio come quello lo dimostrava alla perfezione. In settanta metri quadrati non solo trovavi di tutto e di più in tema di prodotti, ma anche di esseri umani: delinquenti, baraccati, ferrovieri, onesti operai, artigiani e impiegati statali, madri di famiglia e puttane. C’era di tutto in quel microcosmo che era un paese in città. A Salvatore spuntò un sorriso mentre il vecchio negoziante canticchiava, appresso alla radio, tra un etto di mortadella e un pezzo di pizza bianca da spaccare.

“Le strade piene
La folla intorno a me
Mi parla e ride
E nulla sa di te
Io vedo intorno a me chi passa e va
Ma so che la città
Vuota mi sembrerà
Se non torni tu..”

Ecco, quella ragazza era come la voce di Mina, si distingueva dal resto e, anche tra il gracchiare della radio, le stonature del Sor Attilio e il vociare delle donne di mezzo quartiere, ti arrivava al cuore.
“Le persone so’ come ‘e carte che nun ce lo sai? ” ripeteva sempre suo zio. “E ce ne so’ certe che nun appartengono a nessun mazzo e che ‘ndo le metti le metti so sempre ‘na tombola. Pure io so’ così! E pure tu bello de’ zio! Te sei svejo, sei pari pari a me!“.
Ogni volta che ripensava a quella frase e a quella voce rauca di fumo, Salvatore rideva, anche perché zio Bruno, ora, di speciale aveva solo la sorveglianza a Regina Coeli. Però su quella cosa delle carte e delle persone non sbagliava. Le donne di casa Marini erano così, sarebbero potute essere figlie di un lattoniere, come la Sora Marisa, la madre, oppure di un dipendente del Ministero, come Francesca e Emma, le figlie, si sarebbero distinte comunque. Se avessero dato loro uno straccio, lo avrebbero cucito e indossato come un vestito, se avessero concesso loro un’occasione qualsiasi si sarebbero presentate comunque come delle regine. Avevano gusto, con il loro modo di camminare elegante, il loro portamento slanciato, la loro parlata corretta seppur non colta. Una volta, quando ancora andava alle elementari insieme ad Emma, aveva sentito la Sora Marisa dire a sua mamma: “Signora mia, basta un capello pettinato bene, un filo di trucco decente e un paio di scarpe pulite e nessuno guarda più niente”. Se lo ricordava ancora, stava lì come un ebete, a fissare prima la madre e poi la figlia e ancora la madre. A volte quasi ti mettevano in imbarazzo, ma era la gente a sentircisi, sua madre lo diceva sempre: “Figghiu meu, dall’arto ‘n basso te vedono solo si si tu ca’ ti metti ‘ndinucchiuni”. E la Sora Carmela su queste cose non sbagliava mai. Meno male, però, che in quel frangente non fosse presente, perché Salvatore si sentiva un pochino strano, sentiva una strana sensazione nel profondo dello stomaco, quasi come fosse ancora a scuola e il professor Varrone lo stesse per chiamare alla lavagna a matematica. La stessa sensazione di voler essere per un attimo invisibile. Doveva fare qualcosa.
Si nascose, così, dietro lo scaffale della pasta, in modo da poterla continuare a guardare senza essere visto. Ogni tanto si girava verso i prodotti per la pulizia e poi tornava a guardarla di sottecchi. Certo, avrebbe potuto avvicinarla, provare a salutarla e a scambiare due parole e, anzi, era certo che se si fosse messo in fila lo avrebbe fatto lei, ma che cosa le avrebbe detto poi lui? Ormai c’era troppa distanza da quei tempi sui banchi di scuola, si ripeteva, eppure sapeva bene, lui stesso, che non era così, e non era neanche la timidezza o l’imbarazzo. No, era la paura. Emma smuoveva qualcosa di indefinito dentro di lui, qualcosa che non sapeva spiegare e che, allora, temeva e a volte lo faceva arrabbiare. Doveva respirare e viversi quel momento solo per sé, catturare quell’immagine e farla sua.

“Io vedo intorno a me chi passa e va
Ma so che la città
Vuota mi sembrerà
Se non torni tu
Come puoi tu
Vivere ancor solo senza me…”

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Intanto la bottega si riempiva, come sempre, di gente e di voci, c’era chi tornava da lavoro e si comprava un litro di cesanese, chi prendeva un paio di sigarette sfuse per passare la serata e chi un pezzo di sapone per lavare i panni o se stesso. C’era la Sora Lella che da quando aveva scoperto le lamette usa e getta se ne comprava una a settimana. Poveraccia, era il bersaglio di Anita e della sua amica Lisa .
“Ma che n’hai vista Lì, c’ha più barba de mi fratello. Er marito se la porta ar cantiere pe’ scartavetrà lì muri”. “Eh, na vorta, ormai ha svortato. Risparmia pure sur da magnà, ste lamette j’hanno risorto la vita. Liscia come un pupo, si se mette pure ‘a colonia e ‘a cravatta è pronta pe’ la messa come papà”.
E giù risate finché nun arrivava mamma Carmela che, di certo, non amava troppo i pettegolezzi.
“Zitte! Stacitivi citti. Nun sta bene u si parla arretu i spalli. Siti du’pettegole”.
E poi c’era “er De Santis”. Libero De Sanctis, cacciatore di professione, meccanico per diletto e bevitore per vocazione. Indossava sempre una grande giacca da caccia, piena di tasche e molto ampia, e ogni qualvolta qualcuno gli offriva da bere, allora, tirava fuori, quasi per magia, un grosso boccale di latta che portava legato al vestiario, quasi fosse una pistola nella fondina, ed esclamava “vabbé, solo un bicchiere, er mio!“. Stava lì, infatti, vicino a Mimmetto che si dondolava su una sedia appoggiata alla porta del retrobottega del Sor Attilio.
“E sto io de guarda Attio, ‘un entra nisuno”.
Il poveretto non parlava tanto bene ed aveva un qualche ritardo mentale, ma faceva parte dell’ arredamento del negozio, una presenza fissa, su quella seggiola lì, con qualsiasi tempo e stagione.
“E’ così da quando c’ha sei anni pora stella” gli raccontava sempre il vecchio droghiere, “colpa de li crucchi, se li portasse via er demonio. ‘N tedesco – boia’ nfame – je l’ha strappato a la madre e j’ha puntato ‘na pistola ‘n testa. Cercaveno li partigiani de via Rasella. Du’ minuti c’è rimasto co’ qua rivortella appiccicata, co’ ‘a madre che strillava come ‘na disperata. Poi, siccome nun hanno trovato ‘n cazzo ma mancava er fratello più grande che stava a fa’ giornata da quarche pizzo, j’hanno ammazzato er padre davanti. Basta, da quer momento s’è spento Mimmetto. Io e mi moje j’abitavamo vicino all’epoca, tutti a San Lorenzo, e j’amo sempre dato ‘na mano. La guera è na brutta bestia ‘nfame Sarvató! Da’ retta a Attilio, lassali perde pure quelli che parleno de bombe e de rivortelle. La guera è ‘na brutta bestia ‘nfame! Voi se fortunati sa, fidete!“.

coverlgDal film Roma Città Aperta

Ognuno aveva una storia in quel posto, ognuno aveva un motivo per voler cambiare, scappare, eppure tutti rimanevano al loro posto. Salvatore non se lo spiegava, forse raccontarsi le cose, sapere tutto di tutti, era un modo per fuggire via, per esorcizzare tutto, per rimandare le aspettative di un tempo fino a farle vecchie e a farsi vecchi con loro. O forse aveva ragione Attilio, in fondo, quelli come lui e suo padre avevano visto il peggio. I bombardamenti, la gente chiusa in casa – finché l’aveva – senza poter uscire neanche per mangiare, il lavoro perso, i soldi spariti e le bocche da sfamare. I morti sepolti sotto le macerie e portati via senza poterli manco salutare, senza potersi permettere manco un funerale o una sepoltura decente. Le sirene della contraerea, poi quelle delle ambulanze che rimanevano e poi ancora quelle dei tedeschi e dei fascisti per il coprifuoco. Forse era per questo che avevano tanta cura delle piccole cose, forse per questo non avevano nessun motivo per fuggire ma solo ragioni per restare. Si dice che in tempo di guerra non hai tempo per pensare alle cose superflue, a quelle che sembrano insignificanti di fronte alla sopravvivenza. Forse per questo poi si passa il resto della vita ad assaporare anche una piccola briciola, a dare un valore assurdo ad un saluto, ad una stretta di mano. Forse pure per questo si aiutavano tutti anche quando si odiavano. Quanti di loro erano rimasti da soli? Per quanto tempo? Quanti affetti erano stati loro strappati senza avviso?

“Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi
Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano I lucci argentati
Non più I cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente… ”

La radio del negozio aveva iniziato a trasmettere la nuova canzone di Fabrizio De André, un grande artista secondo il Barbarossa che, ogni tanto, ascoltava pure musica italiana, quando il ragazzo avvertì una presenza dietro di sé.
“Salvatore? Sei proprio tu?” Era la Sora Marisa, la madre di Emma. “Mah si! Guarda come sei cresciuto!“
“So-Sora Marisa, bonasera, co-come state? Come sta vostro marito?“
“Oh tutto bene, grazie mio caro, non mi posso di certo lamentare e mio marito nemmeno, sarebbe una mancanza di rispetto. Certo, lavora sempre tanto, ma chi non lo fa? Anzi, tra un po’ dovrebbe staccare e quindi eccoci qui, così poi si rientra per farci trovare a casa quando sarà di ritorno. Dopo tutti quegli straordinari vuole tutta la famiglia insieme”. Disse ad alta voce come a volersi far sentire da chi le stava intorno ed era pronto ad avere sempre un giudizio sulle fortune e sugli averi altrui.
“E mamma Carmela? Come sta?” proseguì a voce più bassa, “è una vita che non la vedo, quanto mi mancano due parole scambiate con lei! Una voce sempre sincera e diretta”.
Erano pochi al quartiere quelli che non stimavano la vedova del Sor Pasquale, era forte e determinata e aveva mandato sempre avanti la baracca anche dopo la morte del marito, ma i complimenti alla persona che amava di più al mondo gli facevano sempre piacere. Che poi, a dire il vero, tra Marisa e Carmela c’era sempre stata amicizia e rispetto nonostante fossero così distanti e diverse e Salvatore, come tutti, non si era mai chiesto il perché di quella stima reciproca, anzi, per dirla tutta, non aveva mai dato peso a quella reciprocità, convinto, come era, che fosse scontato provare ammirazione per una persona che in qualche modo “ce l’aveva fatta” e che aveva molte di quelle cose che mezza borgata desiderava. Che diamine, casa Marini non puzzava di certo delle solite e stesse cose! Certo, apprezzava il fatto che Mamma Carmela ne avesse gioia, che provasse stima e non invidia per quella donna così singolare, ma non si era mai posto dall’altro capo del filo, non si era mai chiesto cosa vedesse l’altra donna, quanto amasse che qualcuno le parlasse senza astio, senza malanimo, e quanto fosse anzi difficile per lei, nonostante tutto, rimanere e lottare contro i pregiudizi.
“Ma lo sai che c’è anche Emma? Te la ricordi si?” disse entusiasta la signora.
<<E chi s’a scorda signó! E pure a voi!>>
Era questo che avrebbe voluto dire se solo avesse potuto o saputo, ma si sentiva come un ladro colto sul fatto. E meno male che non poteva sapere cosa stesse davvero facendo, almeno sperava.
“Si, annavamo a scola insieme e giocavamo sotto casa quanno ancora stavate al palazzo nostro”. Disse, quasi che lei non lo sapesse.
“Mamma mia, sembra una vita fa, eravate così piccoli…invece ora voi vi state facendo grandi e noialtri stiamo diventando vecchi”
<<Vecchia un par de’ ciufoli! >> Ah, se solo avesse potuto dare voce ai suoi pensieri.
“Siete sempre molto bella e giovane Sora Marisa, senza mancarvi di rispetto”.
“Grazie Salvatore, sei sempre stato un ragazzo dall’animo gentile, ma è la verità. Noi genitori diventiamo più grandi e inseguiamo le preoccupazioni, mentre voi vi fate ragazzi e inseguite i sogni. Non è così forse? Lo vedo sai, Francesca, la mia figlia più grande è più tranquilla, pende dalle labbra del padre ma Emma è più ribelle. Come te immagino. Il mese scorso ha chiesto al padre una macchina fotografica perché ha detto che vuole girare il mondo come reporter, dice che ha visto le foto di una fotografa su una rivista. Rimanga tra noi, a mio marito è andata di traverso la cena ma io sono felice che abbia questo carattere. È come mia madre”.
<<E allora se vede che sete tutte ‘na cosa speciale a casa vostra signó>>. Stavolta era sicuro che i suoi pensieri avessero fatto talmente rumore da essere sentiti da tutto il negozio, ma per fortuna la donna continuò.
“Ma tu invece devi comprare qualcosa?Se vuoi Emma sta facendo la fila, così ti risparmi un po’ di tempo. Tanto a me non dice niente nessuno. Parlano solo dietro le spalle, ma almeno diamo loro qualcosa per cui sparlare” concluse con un occhiolino.
“Oh, nun se stia a preoccupà Sora Marì, solo il latte pe’ mi madre, ma se tajo la fila, a lei che è artolocalata nun dice gnente nisuno, ma a me me linciano”.
“Altalocata io fijio mio? Me confondi eh. Io so’ come tutti l’altri e di certo, pure se qualcuno dice il contrario, io non dimentico nulla” disse tradendo un po’ la sua solita parlata. “Sto sempre qua, nella borgata mia, pure se mi marito, ringraziando il buon Dio, se la passa bene”.
“Scusateme Sora Marì, nun ve volevo mica mancà de rispetto”.
“Ma no, lo so fijio mio, lo so, tu e mamma tua, poi, potete dire qualsiasi cosa, siete nel mio cuore. Anzi scusa te se ti sono sembrata esagerata, ma qui ognuno ha qualcosa da dire. Ricorda che ti dico Salvatore mio, a volte le barriere invece di metterle chi si deve difendere le mette chi vuole attaccare”. “Comunque facciamo così” proseguì “Se io ti lasciassi semplicemente qui al tuo posto in attesa Emma non me lo perdonerebbe mai, così faccio venire lei ed io mi faccio la fila. Sarà felice di salutarti. Tanto io ho fatto e penso pure tu…era solo il latte giusto?” domandò con un fare che a lui parve malizioso, e così dicendo chiamò la figlia ad alta voce.
Non aveva scampo, ma in fondo ne era davvero contento, qualcosa nel fare di quella signora, così tanto speciale ma semplice e diretta allo stesso tempo, lo aveva rasserenato. Rimaneva quella sensazione indefinita nello stomaco, certo, ma non ne aveva più paura.

“E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi un fucile
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole”

SE VUOI LEGGERE GLI ALTRI CAPITOLI DEL ROMANZO DI SALVATORE

Cap. 1 – Vento di Borgata

Cap. 2 – Le Scale

Cap. 4 – Miglio

Cap. 5 – La Tana

 

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