Doviđenja

“You’ve got your mother in a whirl
She’s not sure if you’re a boy or a girl
Hey babe, your hair’s alright
Hey babe, let’s go out tonight
You like me, and I like it all
We like dancing and we look divine
You love bands when they’re playing hard
You want more and you want it fast
They put you down, they say I’m wrong
You tacky thing, you put them on…”

La voce di David Bowie trasmessa dalla radio sveglió gli ultimi sogni di Marek fino a farlo ritrovare, così, sospeso tra due mondi. Aggrappato alle ultime immagini sfuocate del sonno e alle note lontane di Rebel Rebel. Provò ad aprire gli occhi ma non riusciva ancora a capire bene se lo avesse fatto o meno. La luce filtrava dalle persiane di legno che non riuscivano mai a schermare del tutto quell’unica stanza che componeva casa. Era una cosa che gli era sempre piaciuta. Di notte poteva addormentarsi con la luna che giocava a proiettare le sue ombre, la mattina poteva immaginare di essere ancora in quella dimensione più lieve di ogni pensiero. Uno spazio fatto di contorni non definiti, di luci più sfuocate, un posto in cui la solidità dei corpi e l’aria dei sogni si fondevano in confini non delineati. La penombra, il dormiveglia, dimensioni a mezz’aria da riempire con il proprio corpo e la propria anima, fino a fondersi con qualcosa di altro. C’era qualcosa di ambiguo, quasi di sensuale in tutto ciò. Era l’irreale che diveniva pian piano realtà. Ancora un po’di sforzo, per un tempo che sembrava molto più infinito di quanto fosse, e poi gli occhi ormai definitivamente aperti corsero all’orologio posato sul comodino di legno, accanto al letto. Le sette e trentacinque, perfetto. Tutto come nei piani. Si giró dall’altra parte per gettare un occhio al letto di suo fratello. Non c’era. La luce in bagno, però, parlava da sola, la puntualità estenuante di Marko stavolta era un alleato prezioso e imprescindibile. Pensare che la odiava. Era come il padre, preciso e metodico, potevi prevederlo in ogni sua mossa ma, a dire il vero, allo stesso tempo, era un riferimento ed un’ancora di salvezza. Era lui che si era fatto carico della famiglia ed era da lui che il ragazzo aveva potuto trovare un posto in cui vivere. Il fatto, però, era che Marko non fosse mai stato diverso. Era così da sempre e aveva avuto un riscontro continuo con il papà, una sua identità ben definita, un’identità. Marek, invece, sembrava provenisse da un’altra famiglia, da un altro mondo. Gli dicevano assomilgiasse in tutto e per tutto a sua madre, che fosse come lei, ma lui non lo sapeva, non poteva saperlo. E allora era continuamente alla ricerca. Di tutto e di niente, di sé. Ora però quella tanto odiata puntualità di famiglia era dalla sua parte. Come ogni mattina, infatti, Marko era entrato in bagno alle sette e mezza e aveva acceso la radiolina sulla mensola che da casa loro prendeva anche la radio italiana. Una radio indipendente che dava buona musica rock, il classico vezzo di quelli come lui. A quest’ora era seduto sul water, dopo avrebbe aperto il rubinetto dell’acqua calda e riempito il lavandino per farsi la barba, infine si sarebbe sciacquato, pettinato e profumato con la colonia di vetiver. Aveva all’incirca mezz’ora di tempo per agire indisturbato e fare quanto doveva fare. Non aveva di certo il tempo di lavarsi, ma a quello, in qualche modo avrebbe rimediato sulla nave. Si stiracchió la schiena stendendo le braccia e le gambe ancora una volta e poi si lasciò andare per gli ultimi secondi sul letto. Aveva un’erezione, ma non era certo quello il momento per pensarci. Non poteva. Respiró profondamente e scattò il via. Diede un calcio alle lenzuola per liberarsene al volo e si alzò con un balzo. Si infilò i jeans tagliati come degli short con le frange poco più su delle ginocchia, infilò al volo le scarpe beige di tela con la suola di corda e raccolse un po’ di biancheria e qualche maglietta da mettere nello zaino. Un mezzo toast rimasto sul tavolo, un braccialetto, il suo orologio e la camicia blu da infilare nei pantaloni ancor prima di chiuderla sul petto. Pochi minuti ed era pronto. Doveva agire in totale Sicurezza. Si affacciò velocemente alla porta del bagno socchiusa e sentì che Marko era ancora lì dentro a canticchiare, poi si diresse verso i pantaloni del fratello piegati ordinatamente sul letto e tiró fuori il portafoglio. Prese cento dinari, lo richiuse e lo posò sul tavolo della stanza in cui vivevano che faceva da cucina e da camera da letto allo stesso tempo. Prese carta e penna e, lì accanto, lasció un foglietto. “Te li ridaró, lo giuro. Ti voglio bene credimi. Dovidjenja”. E scappò dalla finestra aperta, proprio dove il grande pino si affacciava alla loro casa.

“Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess
Rebel Rebel, how could they know?
Hot tramp, I love you so!”

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La musica diventava sempre più lontana mentre scendeva dall’albero, fino a scomparire del tutto mentre correva a perdifiato verso il porto, su quelle scarpe di corda, lasciandosi per un attimo indietro tutto. Suo fratello, il passato, il già segnato. Sapeva bene che non c’era niente di definitivo, tantomeno in quell’avventura, ma anche l’adrenalina momentanea, quel perdersi  nei sogni di mezza giornata era un dare respiro alla sua anima, permettere al suo cuore di battere come le ali di un uccello libero. Era come mettersi alla prova, come guardare negli occhi se stesso ed il proprio coraggio. Era scegliere. Non importava cosa, non importava per quanto, ma scegliere. Così iniziò a correre ancora più forte e più veloce, con lo zaino a tracolla che rimbalzava qua e là e i passi sempre più insicuri, ma più forte e più veloce, mentre la brezza e l’odore del mare gli carezzavano il viso e rendevano le sue gambe più leggere.
Arrivò all’imbarco dei traghetti che aveva ormai poco fiato, i polpacci dolenti e la milza che gli ricordava di esistere senza essere un organo immaginario in qualche lezione di anatomia. Ma non aveva tempo. Si piegò su stesso e contó fino a trenta dopo di che riprese fiato e inizió a cercarla. Greta. Eccola lì, la sua pelle che brillava al sole, il collo che si muoveva come in una danza. Non la conosceva, in fondo, eppure l’avrebbe riconosciuta tra mille. Del resto esiste una curva nello spazio, che è quella che unisce due persone quando c’è tra loro dell’energia, un richiamo simile all’elettricità che le unisce anche a distanza. Per qualcuno è attrazione, per altri è connessione, per altri ancora è corrispondenza. Forse tutti e tre, ma non sempre nella stesa fase, non sempre insieme. Marek l’aveva provata quando l’aveva vista giù in spiaggia, al sole sugli scogli. La sua pelle attirava i raggi ancor più dell’acqua e, ancor più del mare, rimandava uno scintillio particolare. Aveva qualcosa di tremendamente sinuoso, la sua schiena era come un dipinto di sensualità, le pieghe dei suoi muscoli, la linea della colonna vertebrale da percorrere fino alle sue forme, il muoversi del suo lungo collo. Quel ciondolo poi, che portava legato dietro, quasi fosse un tatuaggio sulla sua schiena, sembrava lì per essere colto. Non era solo il tatto il senso che richiamava, ma l’olfatto, il sapore, e la voglia di sentire il profumo dell’aria tagliata dal suo corpo. Era rimasto incantato a guardarla. Un attimo infinito, un attimo di infinito. Poi lei si era girata, come adesso laggiù all’imbarco, ed a lui era sembrato che lo avesse fatto per incrociare i suoi occhi. Era strana, era particolare, era bella. E soprattutto, era naturale per lui andarle incontro. Come ora, come in quell’istante, tra gente che comprava le ultime cose per il mare, bambini che giocavano e la stessa stazione radio di Marko.

“”Wendy let me in I wanna be your friend
I want to guard your dreams and visions
Just wrap your legs ‘round these velvet rims
And strap your hands ‘cross my engines
Together we could break this trap
We’ll run till we drop, baby we’ll never go back
H-Oh, Will you walk with me out on the wire
‘Cause baby I’m just a scared and lonely rider
But I gotta know how it feels
I want to know if love is wild
Babe I want to know if love is real”

Greta veniva dalla Slovacchia, come sua madre, quella che non aveva mai conosciuto ma le aveva dato quel nome straniero, Marek. Studiava al liceo anche se non sapeva cosa avrebbe fatto e odiava quella assurda imposizione di stabilire subito un percorso che non sarebbe potuto cambiare. Era una gabbia. Aveva un’intelligenza creativa e ribelle ed aveva la sua stessa età, quella in cui i sogni dei ragazzi indicano ancora la strada agli adulti che si stanno formando. Quella fatta di vibrazioni, crampi allo stomaco, sbronze alla testa ed una voglia di vivere che mal si costringeva nella rigida educazione socialista. Ma soprattutto, Greta, sarebbe ripartita il giorno dopo per l’isola. Sarebbe stato un lampo, eppure quella giornata era sembrata infinita. Marek aveva marinato il lavoro ed era rimasto tutto il giorno lì con lei. A parlare, descrivere sogni, aprire cassetti dell’anima nascosti e reprimere in qualche modo e per qualche oscura convenzione e ragione, il forte desiderio che provavano l’un l’altro. Per molti era spigolosa, non solo nei tratti del suo viso, ma anche in quelli del carattere. Ogni tanto finiva pure lei per crederlo e questo non contribuiva a farla sembrare meno insoddisfatta, o meno in bilico nella sua costante ricerca di un equilibrio diverso dagli altri. Diceva che in fondo nessuno l’aveva mai scelta ma lui ripeteva a sé stesso, forse un po’ troppo in silenzio, che anche fosse stato per una volta sola o per un istante, non avrebbe avuto dubbi. Ecco. Era per quello che voleva agire. Non sapeva se fosse vero, ma almeno lui, avrebbe scelto. Quantomeno come fuggire. Contó le macchine in fila così da calcolare gli imbarchi, poi, trovata quella giusta e avvistato il traghetto in arrivo, si diresse deciso e silenzioso, fino ad acquattarsi dietro, a due passi dal cofano. Era una Zastava. Sarebbe stato un gioco da ragazzi. Aprì il cofano e si fece scivolare dentro, poi si coprì con una coperta che aveva messo dietro allo zaino. Passarono pochi minuti. Gli sportelli si aprirono e si richiusero ed una voce con accento croato, incitó a mettere in moto. Appena girata la chiave si accese anche la radio. Sempre la stessa.

“Together Wendy we can live with the sadness
I’ll love you with all the madness in my soul
H-Oh, Someday girl I don’t know when
We’re gonna get to that place
Where we really wanna go
And we’ll walk in the sun
But till then tramps like us
Baby we were born to run
Oh honey, tramps like us
Baby we were born to run
Come on with me, tramps like us
Baby we were born to run”

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La macchina iniziò a muoversi, piano e lentamente, a seguire la fila ordinata. Poi si sentì il rumore dell’imbarco, il sussulto della pedana di ferro, le voci ad indicare la posizione. La macchina si fermó, il motore si spense e i due amici croati scesero richiudendo gli sportelli rumorosamente e con noncuranza. Doveva aspettare ancora un po’. Giusto il tempo di sentire il traghetto in movimento e le voci dell’equipaggio in lontananza, soddisfatte del lavoro concluso. Aprì il cofano con la stessa facilità con cui lo aveva fatto dall’esterno e uscì fuori sul ponte di parcheggio, sgattaiolando tra una vettura ed un’altra fino alle scale che conducevano al ponte passeggeri. Non restava che l’ultima parte del piano. Quella più difficile e casuale, ma per questo più affascinante. Era il momento di testare il proprio coraggio, Greta stessa e la famosa elettricità dell’attrazione.
Lei lo vide subito, non poteva sbagliare, non sapeva perché, ma ogni volta avvertiva la presenza di quel ragazzo. Era successo così la prima volta e poi ancora al porto poco prima ed ora sulla nave. Sulla nave? Ma cosa ci faceva Marek su quella nave? C’era un solo modo di saperlo e comunque era felice, felice ed eccitata di saperlo lì. Era un qualcosa difficile da spiegare, sentiva più sangue nelle vene, più calore nel suo corpo. Si avvicinò a lui e lo chiamó col suo nome ma il ragazzo rimase immobile. Eppure non c’erano dubbi. Ne riconosceva i capelli, le spalle grandi, persino l’odore mischiato alla salsedine. Poi d’improvviso si voltò. Era lui, era Marek. I suoi grandi occhi scuri con quel taglio mediorientale, così particolare, la guardarono intensamente, quasi in cerca di complicità. Sembrava tutto sospeso e sfuocato al di fuori del suo volto. Le allungò un foglietto, le carezzó i capelli e se ne andò via.
“Trova una scusa, inventa qualcosa, alla destra del porto c’è una piccola via, in salita tra gli scogli e la macchia, porta verso il faro. È il punto più bello dell’isola. Lì di fronte, sulla sinistra, c’è una casa in pietra, vendono vino e qualche acciuga. Mi trovi lì”.
Ed era lì davvero, seduto ad un tavolino di legno scuro, stava fumando una sigaretta per nascondere l’attesa, le spalle adagiate sulla spalliera e le gambe, quelle sue gambe forti e muscolose, aperte leggermente verso la strada. Sul tavolo aveva una caraffa da mezzo litro di vino bianco, due bicchieri, un po’di pane e un piatto di alici, condite con olio e olive. “È quanto di meglio ti possa offrire la Dalmazia”. La accolse così, con quel suo sorriso aperto che illuminava anche gli occhi scuri. Si abbracciarono forte quasi a voler sentire se il cuore dell’uno battesse forte come quello dell’altro. Erano felici. Marek le mostrò ciò che si vedeva della costa, ogni montagna, ogni paese, poi le parlò del farò, del posto e di come quella casa, sul retro, lì dove si vedeva la porta posteriore aperta, nascondesse il punto più bello dell’isola. Un mare cristallino, dai colori incredibili, scogli su cui sdraiarsi ed il mirto col suo profumo, quasi a lambire l’acqua verde e blu. Ad un certo punto Greta si alzò per andare al bagno, lui le mostró la via e capì, con quegli attimi che regala l’istinto e che devono essere colti, così da non trasformare le occasioni in rimpianti, che doveva andare. Aspettó qualche minuto, lasció i soldi della consumazione sul tavolo e si diresse verso il bagno sul retro. Aprì la porta principale mentre Greta usciva da quella del gabinetto vero e proprio. Si guardarono e lei gli andò incontro, tra le braccia, con le labbra ad un respiro dalle sue. “Basta, baciami cazzo Marek”. La spinse leggermente contro il muro e la baciò, la baciò così tanto da fermare il tempo, così intensamente da non riconoscere più il suo sapore, né distinguere il suo corpo. Se fosse stata elettricità avrebbe mandato in frantumi ogni lampadina di quel bagno sgangherato. Poi le prese la mano aprì la porta e la tirò un po’ verso la porta che dava sul dietro della casa di pietra. “Corri”, le disse tra le note della radio diffuse.

“Who on earth d’you think you are
A super star
Well, right you are
Well we all shine on
Like the moon and the stars and the sun
Well we all shine on
Ev’ryone come on..”

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Si ritrovarono così, a correre, a perdifiato, mano nella mano, fino alla macchia, tra i pini e i cespugli di mirto. L’odore del mare si confondeva con quello delle piante e dei loro corpi eccitati e leggermente sudati. Greta si tolse gli shorts, poi la maglietta, poi il  costume che aveva sotto. Era bellissima, nuda con il suo corpo lungo, i suoi piedi splendidi, i suoi fianchi spigolosi. Marek le carezzó il seno delicato, poi iniziò a baciarle i capezzoli, delicatamente, leccandoli, succhiandoli piano, mordendoli di desiderio ogni tanto. Poi passó a baciarla lungo tutto il corpo. La desiderava follemente. Voleva assaporarne ogni centimetro di pelle, sentirne ogni sapore e darle piacere, donarle tutto se stesso. Le sue labbra sfiorano la sua pancia, i suo fianchi, l’interno delle sue cosce. Poi scese ancora più giù, quasi a volerne prolungare l’attesa, fino ai piedi, per poi risalire e baciarle ancora le cosce bianche, splendide e tornite, fino a quando lei non gli prese la testa e la portó lì, dritta sul suo sesso. Era meravigliosa, aveva un sapore quasi dolce e Marek non resisteva alla voglia di baciarla e leccarla sempre di più. Delicatamente ma con passione e intensità, fino ad assaporare ogni sua essenza mentre lei lo spingeva ed inarcava la schiena. Non aveva mai avuto un orgasmo come quello. Si sentiva esplodere, si sentiva un fiume caldo in piena. Poi toccò a Marek, e poi ancora insieme una volta. Un attimo infinito, un attimo di infinito. Si sdraiarono esausti sugli scogli, tra il sole e gli schizzi del mare, senza dirsi nulla, senza scambiarsi altro che i loro respiri affannati. Poi scivolarono per un attimo nell’oblio. Quando si risvegliarono sapevano che non sarebbero stati più insieme. Non c’erano spiegazioni da darsi, non c’erano parole da sprecare. Decisero di regalarsi un bagno assieme, ancora, tuffandosi mano nella mano dagli scogli, poi tornarono alla casa di pietra. Mangiarono del pesce e bevvero del vino ridendo e scherzando di ogni avventore presente ai tavoli dell’osteria, poi di lì giù al porto, prima che qualsiasi sorriso si perdesse in un silenzio ingombrante. Arrivati all’imbarco le loro strade si divisero. Si abbracciarono ancora una volta e poi si diedero un bacio.
“Dovidjenja Marek”. “Dovidjenja Greta”.
Marek la seguì fino all’orizzonte della sua figura, poi andò verso la biglietteria.
“Ante ciao, dammi un biglietto di sola andata e la busta che ti ho lasciato questa mattina”.
“Ecco tutto Marek, ma ora me lo puoi dire però, cosa c’era in quella busta? ”
“Questi, cinquanta dinari ed un biglietto del treno per Zagabria. Avevo paura di spenderli tutti e a casa non ci torno. Non per ora”.
“Buona fortuna allora ragazzo. Abbi cura di te. Dovidjenja”
Marek si imbarcó sul traghetto in partenza, appena prima di muoversi, stavolta diretto sul ponte passeggeri. Si affacció verso il mare e cercò una sigaretta tra le tasche. Lo trovò così quel biglietto, lo aveva scritto lei, sicuramente mentre lui riposava esausto. Era l’indirizzo di Greta. Marek si accese la sigaretta e poi tirò su con un sorriso, mentre il fumo si perdeva tra il mare e gli altoparlanti della nave.

“Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
E tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d’amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai..

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