Le scale

Salvatore chiuse la porta dietro di sé ed imboccó le grosse scale di marmo con passo veloce ma attento a percepire ogni segnale di quel piccolo grande mondo che era lo stabile in cui viveva. Scendendo o salendo quei gradini che, a dire il vero, sembravano adatti più a dei giganti che a dei figli del sud Italia, si poteva conoscere la vita di decine di persone. L’odore dell’aglio soffritto che veniva sempre da casa della Sora Angela, la voce da tenore del Sor Michele che, tornato da bottega, si lavava e cantava le canzoni di Claudio Villa o, ancora, il pianto della bimba di quelli del terzo piano che erano arrivati da poco e non si ricordava mai come diavolo si chiamassero, ma che a Mamma Carmela stavano molto simpatici perché erano calabresi come loro, anzi proprio delle stesse zone, di Siderno. E poi il clou: la porta di Federico Barbarossa, er comunista. Se volevi sentire un po’ di musica giusta, di quella che non passava abitualmente per le radio o per le case di una borgata come Casal Bertone, allora dovevi porgere l’orecchio a casa sua.

“Oh, where oh where can my baby be?
The Lord took her away from me
She’s gone to heaven, so I got to be good
So I can see my baby when I leave this world.
We were out on a date in my daddy’s car
We hadn’t driven very far
There in the road, up straight ahead
A car was stalled, the engine was dead…”

Erano i Frank Wilson and The Cavaliers, non potevi sbagliare. Turi ormai aveva imparato a conoscere anche i vari titoli e nomi delle stravaganti melodie di Casa Barbarossa.
A dire il vero Federico di cognome faceva Scalisi, siciliano e ciabattino, ma era talmente fulvo e con la barba folta e lunga che si era guadagnato quel soprannome, a tal punto che, a meno di leggerlo sulla porta, nessuno si ricordava più il suo vero cognome. Nemmeno lui. La leggenda voleva che un giorno, quando ancora faceva il militare, si presentò al maggiore della caserma col nome di Federico Barbarossa e che l’ufficiale, convinto che lo volesse prendere in giro, gli avesse affibbiato cinque giorni di consegna a pane e acqua. Forse era proprio da quel momento che il rosso aveva iniziato ad odiare tutte le divise. Il Sor Pasquale, il papà di Salvatore, però, lo conosceva bene perché ci aveva lavorato assieme, per lo meno così diceva, e sapeva che non era una questione di ripicca, ma di ideologia. Federico er comunista. Era quello il suo secondo soprannome, ma non era rosso, quantomeno politicamente, era semplicemente anarchico e più che con il russo era fissato con la lingua inglese. Lo avevano catturato gli inglesi nel ’42 e aveva passato più di un anno in Scozia a servire in un campo di addestramento per soldati americani. Li in borgata, però, le differenze contavano poco, si limitavano alle divisioni più grossolane, un modo come un altro per comprendere e semplificare ciò che altrimenti sarebbe stato troppo complesso da spiegare. Il Barbarossa non andava a messa, odiava i preti e bestemmiava in continuazione, tanto bastava perché fosse er comunista.  Con Dio, però, Federico, ci beveva un bicchiere ogni sera. Scendeva giù di sotto dal Sor Attilio, prendeva un mezzo litro di rosso e se lo portava su in casa, poi schiodava il cristo dal crocifisso che anche uno come lui aveva in casa, e gli offriva da bere. “O voi un ber bicchiere de rosso? Ah no? Nun te piace? Allora sai che c’è? Va ‘n malora e me lo bevo io, alla faccia tua e de tutti i preti come te!”,
Non era fantasia, Salvatore aveva assistito alla scena personalmente qualche anno addietro, quando era ancora solo un bambino. Mamma Carmela gli aveva chiesto di portare una casseruola di pasta e fagioli all’uomo che aveva riparato le scarpe da lavoro di Gianni e lui si era presentato lì, alla porta del quinto piano. Aveva bussato più volte e poi avendo visto che la porta era socchiusa si era deciso ad entrare. Si era fermato in soggiorno, in penombra, con la paura di andare avanti, bloccato dalla visione di un uomo barbuto intento a parlare con Gesù Cristo. Che paura! Ancora tremava. Il tavolino attaccato al muro, il crocifisso poggiato e lui seduto di fronte. La follia ed il terrore. Aveva lasciato la casseruola lì seduta stante ed era scappato a gambe levate, facendo i pochi gradini che lo separavano due alla volta. Da allora ci aveva messo un paio di anni a non aver timore e ad essere, anzi, addirittura incuriosito da quel tipo così particolare. Era stata la musica a fargli vincere il blocco e a far prevalere la curiosità su qualsiasi tipo di remora. Quella stessa musica esotica che riempiva la tromba delle scale pure ora.

“I couldn’t stop, so I swerved to the right
I’ll never forget the sound that night
The screamin’ tires, the bustin’ glass
The painful scream that I heard last.
Well, where oh where can my baby be?
The Lord took her away from me.
She’s gone to heaven, so I got to be good,
So I can see my baby when I leave this world”.

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Quante giornate avevano passato, lì su quelle scale, con sua sorella Anita, a sentire la musica del Barbarossa da dietro la porta, a sognare le macchine americane, i vestiti sgargianti ed Elvis Presley. Quando casa era troppo piena e troppo calda si mettevano lì, sui gradoni freschi, appena sotto la finestrella, con la brezza d’estate ed il loro juke box personale. Anita gli raccontava qualcosa di loro padre, i ricordi che aveva, cosa le mancava, gli aneddoti che Salvatore non poteva più ricordare. Come era quando si arrabbiava, come quando scherzava con la mamma, che espressioni faceva, quanto si incazzava se a tavola non erano tutti puntuali e tutti presenti, oppure di quando la domenica portava cinque pastarelle da dividere per tutti. Erano poche eppure sembrava una festa. Le più buone del mondo, piene di crema. Le passavano a prendere con la mamma dopo la messa della mattina. Era un classico, entravano nella pasticceria dei Micheletti e chiedevano quattro bignè. Poi, puntualmente, il Sor Giacomo, il più grande dei fratelli, je ne regalava una per i più piccoli di casa, in un gioco delle parti che andava avanti da sempre e che riusciva a non offendere l’orgoglio di nessuno. Il Sor Pasquale quando poteva, però, era sempre pronto a dare una mano con dei piccoli lavoretti, un’aggiustata alla serranda, una mano alle pareti e via dicendo. “U rispettu prima ‘i tuttu. Non puoi pretenderlo se non lo dai. Accà ndi canuscimu tutti. Da sempre. Se non ndi aiutamu tra nui, chi facimu?” Diceva sempre così. A meno che non si trattasse delle bocce. Quanto piaceva a loro padre giocare a bocce, croce e delizia. Passava tutti i sabato pomeriggio così, e quanto odiava perdere. Diventava intrattabile. Giocare a carte sbagliando i carichi in confronto era una passeggiata. Non c’era abitante in tutta la borgata che non avesse litigato con lui per quel gioco assurdo. Che poi, in fondo, erano le stesse persone con cui ci si aiutava. Quante gliene raccontava Anita. E allo stesso tempo lo aggiornava sulle notizie di tutta la famiglia. Aveva questa splendida capacità, quella di saper ascoltare e saper raccontare. Così a casa chiunque parlava con lei, chiunque aveva una parola con cui confidarsi. Se mamma Carmela era la forza della famiglia, Anita era l’anima, la dolcezza che teneva uniti tutti quanti. Nonostante le difficoltà, il dover fare sacrifici e darsi da fare tutti quanti, quei pomeriggi sulle scale ad ascoltare storie e musica erano tra i ricordi più belli che Salvatore avesse. Con lei si sentiva cullato. Era una sorella ed un’amica speciale. Sempre pronta a proteggerlo. I primi tempi quando ancora aveva paura ed era più piccolo, appena sentivano che il Barbarossa stava per uscire, se lo stringeva forte forte e salutava l’uomo per tutti e due. “Bonasera Sor Federico, s’eravamo messi qui a pijà ‘n po’ de fresco, se disturbamo ditecelo”. Lui annuiva con la testa, abbozzava un sorriso che sembrava un ghigno tanto era mal riuscito e chiudeva la porta con le chiavi ancora attaccate alla cintura. Sempre così, mai una parola di più, ma un’apertura. Fino a quel giorno lì, quello del miracolo. Il giorno in cui d’improvviso aprì la giacca e tirò fuori un poster, di quelli grandi da giornale, piegato in quattro e riposto nella tasca, si avvicinò faccia a faccia con Salvatore che non riusciva ancora a non trmeare un po’ e con l’alito duro e la voce burbera disse: “Piccolé, tié! É tuo. Lo sai chi è questo? Questo è the king, Elvis Presley, er numero uno. Me pari ‘n gamba. Piatelo e tiettelo caro”.

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