Kawhi

Matt uscì dal tunnel che immetteva sulla strada con gli occhi ancora stralunati. Quello che aveva visto aveva dell’incredibile, non avrebbe saputo spiegarlo in un altro modo. E non si trattava del risultato sportivo in sé che, già di suo, era un’impresa ai limiti dello straordinario, no, era quello che sembrava aver sognato. Eppure non si trattava di un sogno, ne era certo. Quell’uomo non c’era, non c’era mai stato, era apparso all’improvviso, dal nulla, e nel nulla era ricomparso in un baleno, giusto il tempo di soffiare sulla palla e farla entrare dentro mentre rimbalzava tra i ferri del canestro. Non era possibile. Perché nessun altro aveva visto? Perché nessuno sembrava neanche minimamente essersi accorto di quella presenza. Avrebbe voluto capire, sapere qualcosa in più, ma chi gli avrebbe mai creduto?
Tiró su la zip del giacchetto, sistemò bene il bavero ed il berretto con la visiera e Tiró fuori le cuffie e lo smartphone dalla tasca dello zaino. Sistemò bene gli auricolari nelle orecchie, cercó l’applicazione e la fece partire con il primo brano della sua playlist ed entrò nel vento che sferzava una notte di maggio fin troppo fredda.

“Could’ve sworn I heard you say amen this morning, showing some kind of sign
That you believe
Did it fall from your tongue without warning or just another trick to fall from
Your sleeve..“

Ecco forse giusto Ben Harper, che immaginava angeli capaci di innamorarsi tra loro, poteva credergli. Gli altri, tutti gli altri, gli avrebbero fatto le identiche domande che lui stesso si stava facendo. “Chi mai puó apparire e sparire? E perché nessuno se ne accorto? Come si fa a spostare una palla con un soffio dagli spalti?” una sfilza di quesiti razionali che sarebbero arrivate dritte dritte all’ultima fatidica domanda, quella che gli facevano sempre: “Sicuro che non ti sia inventato tutto?”. Era “lo strambo” , “il difficile” o, peggio del peggio, “il poverino”. Non bastava tutto il calvario che aveva dovuto sopportare da quando era morto suo padre. Non bastava la terapia due volte a settimana, non bastavano i test che gli avevano fatto fino a diventare loro la causa e non l’effetto. Non bastava, neanche, che si fosse chiuso in sé senza raccontare quello he sentiva, quello che vedeva e percepiva realmente. Ormai anche sua madre preferiva non chiedergli nulla. I suoi occhi però parlavano, lo vedeva il suo sguardo, la sua rassegnazione. Vedeva anche quando avrebbe voluto credergli ma si nascondeva dietro quella finta compassione per paura che ridessero ancora di lui, che ridessero di lei. Non gli avrebbe creduto neanche stavolta. Eppure lui ne era certo. Non c’era nulla di razionale se ne rendeva conto, ma aveva visto un uomo apparire e sparire, lo aveva visto soffiare. Punto.
Era difficile spiegare quella certezza, quella assoluta consapevolezza infondata che lo rendeva sicuro fino al disprezzo. Era una questione di percezioni, non era matto, lui quelle cose le sentiva, le sapeva. C’era sempre qualcuno al suo fianco. Anche ora che se ne stava lì in disparte, ad osservarlo da dietro, nascosto.

“The woman in you is the worry, the worry in me
The woman in you is the worry, the worry in me
Some things never change; Some things never stay the same
But you’re so innocent, I’ll take all the blame…”

images (3)

Mentre il ragazzo accellerava il passo tirando su il cappuccio, i due uomini si staccarono dall’oscurità della notte ed emersero nella pioggia che iniziava a scendere fina e pungente.
“Mark, quel ragazzo di ha visto. Lo hai sentito anche tu distintamente. Saresti dovuto essere più prudente”.
“Oh, falla finita George, mi ha visto solo lui e mi avrebbe visto comunque, aldilà di ogni precauzione. Quel ragazzo è un sensiente. Il suo problema non è aver visto me, ma il non saperlo”.
“Si fratello, ma non puoi rischiare ad ogni partita, non possiamo rischiare noi con te, ci sono in ballo cose più grandi”.
“Non era una partita qualunque George, tu lo sai. Non quella di questa sera. Non quest’anno. Il mio ragazzo si giocava tutto, lo sai bene”.
“Allora cazzo non dovevi intervenire. Lo capisci che è stato quello il problema. Che non è di certo un sensiente che ti ha visto il nostro cazzo di problema. Per quanto sia pauroso come una bussola impazzita. Il problema è che sei intervenuto in vicende che non ti riguardavano e questa voce può arrivare a chi non lo deve sapere”.
“George, te lo giuro, io non ho fatto niente, tu lo sai, noi lo sappiamo. Quel tiro sarebbe entrato comunque io ho voluto solo vederlo”.
“Non dovevi intervenire Mark”.
“George, George, George. Pronto? Mi senti? Non ho fatto niente di niente. Quel tiro sarebbe entrato ugualmente. Sai da quanto si allena quel ragazzo a fare esattamente quel gesto atletico? Da anni. Quando ha subito la perdita aveva solo 16 anni ed ha fatto quello che aveva sempre fatto. Abnegazione, sudore, passione e lavoro. Andava al campo due ore prima degli altri, se sbagliava si faceva trenta piegamenti senza che nessuno glielo avesse imposto e la notte, se ne andava sul playground a riprovare ciò che non era riuscito durante il giorno. Sembrava autistico ma non era vero, non voleva parlare se non con i fatti. La perdita gli aveva portato via tutte le parole necessarie. Eppure ha reagito, é risalito, é arrivato dove nessuno pensava ed ora, ora che tutto sembrava finito, ha riniziato di nuovo. Non aveva bisogno di me quel tiro. Doveva entrare punto”.
“Allora perché lo hai fatto? Quel ragazzo ti ha distintamente visto soffiare verso la palla. Se sarebbe entrata ugualmente perché?”
“Io non l’ho fatto. Chiediglielo George. Chiediglielo ti prego. Tu sai come farlo, tu sai che ha un valore indiscutibile. Ti prego, in nome nella nostra amicizia. Credimi e chiediglielo”.
I due si guardarono intorno, quasi ad annusare l’aria e la pioggia, poi sentirono qualcosa. La musica ed i pensieri di Matt e gli mossero incontro, leggeri come le nuvole che passavano sulla luna per riscaldarsi dei suoi freddi raggi.

“I need you love in every way
I need your strength to make me great
I’ve been so wrong
Am I too late?
Just hold me like Johnny Cash
When I lost my mother
Whisper in my ear
Just like June Carter…”

Matt percepì un rumore, quasi un semplice fremito tra le note di Lenny Kravitz e i due uomini si bloccarono. Anche il ragszzo si fermò guardandosi intorno.
Fu in quel momento che George, il più basso e minuto dei due si staccò leggermente dal compagno, scostò l’impermeabile e portò le mani al cuore come se dovesse spingere un vettore verso quello strano ragazzo guardingo. Ci mise pochissimo per entrare in connessione. Matt si sentì più leggero, più sereno. Forse non era strano come pensavano tutti, forse doveva avere più sicurezza di sé, delle sue certezze. Aveva qualcosa in più e non doveva nasconderlo. Respiró profondamente e riandó ancora una volta alla scena. C’era qualcosa che non gli quadrava. Forse una di quelle domande stupide e razionali era giusta. Era il soffio dell’uomo che non andava. Non perché era impossibile che spostasse la palla a decine di metri di distanza, anche perché in quella storia di cose possibili ce ne erano ben poche, ma perché non quadravano i tempi. Chiuse gli occhi, respiró ancora più intensamente, e rivide la scena. No, l’uomo non aveva soffiato, la sua bocca si era piegata dopo che la palla era finita nel canestro. Non era un soffio, era un sospiro, un fottuto sospiro di stupore. Sembrava quasi che, dio che cosa impossibile! Sembrava ci fosse orgoglio in quello stupore, sembra che la bocca di meraviglia fosse condita da una leggera lacrima di commozione. Sembrava un padre che guardava il proprio figlio fare qualcosa di straordinario.
Fu proprio in quel momento che la playlist passó alla canzone successiva e i due uomini scomparvero, volando letteralmente via nel cielo della notte di maggio. E l’ora dei Massive Attack

“You are my angel
Come from way above to bring me love
Her eyes, she’s on the dark side
Neutralize every man in sight
To love you, love you, love you”

Il 12 maggio i Toronto Raptors vincono 92-90 contro i Philadelphia 76ers e raggiungono, nella settima e ultima partita della serie, le finali di conference. A segnare il punto decisivo, sul rumore della sirena e dopo una rocambolesca parabola sul ferro del canestro, Kawhi Leonard, con un tiro in sospensione divenuto un marchio. Strana la storia di questo ragazzone americano. Nel 2008, a soli 16 anni, con i genitori separati e costretto a fare la spola, mentre andava a trovare il padre che viveva a Compton, nei sobborghi di LA, gli arrivò una tragica telefonata. Il padre era stato ucciso in quello che a tutt’oggi sembra un tentativo di furto ai danni del suo autolavaggio. Non lo avrebbe più visto, non avrebbe mai saputo se gli fossero piaciute le treccine che si era fatto e che ancora, spesso, porta. Da quel momento Kawhi Leonard si chiuse nel silenzio, fin quasi al sospetto di autismo, allenandosi per ore e ore fino al massacro. Nell’unico modo che il padre gli aveva insegnato per raggiungere gli obiettivi. Lavorando e superando le paure. É arrivato in NBA, ha vinto l’anello a San Antonio, é stato Mvp ed ora, ora che tutto è ricominciato a Toronto, ha segnato un’altra magia.

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