Gli occhi di mia madre

Si fermò di soppiatto a guardarla, non lo aveva sentito chiamarla e ora era lì, seduta sulla sedia della cucina, la testa reclinata leggermente verso dietro a catturare ogni sospiro di quella brezza leggera che entrava dalla finestra e diffondeva la musica della radio per tutta la stanza . Era stanca, si vedeva, aveva lavorato tutta la mattinata e ora si stava prendendo un minuto per sé. Carlo adorava guardarla così, rubare uno scampolo di intimità e amore solo per sé, sentirsi quasi come quella brezza che la carezzava e la ristorava. Lo faceva fin da bambino, fermandosi a guardarla cosi, come un innamorato che vuole ingannare il tempo e trasformare quell’attimo in infinito. Un sorriso gli mosse le labbra ancor prima che potesse percepirlo e riandó a quando da piccolo si addormentva sulla sua pancia, cercando i suoi occhi intensi. Così, mentre la canzone dei Beatles risuonava nella casa, inspiró profondamente, quasi potesse sentirne il profumo tra l’odore del cucinato.

“Half of what I say is meaningless
But I say it just to reach you, Julia
Julia, Julia, ocean child, calls me
So I sing a song of love, Julia
Julia, seashell eyes, windy smile, calls me
So I sing a song of love, Julia”

Era il profumo che lo aveva sempre calmato, il profumo che conosceva meglio. Era famiglia, era amore, era complicità, sicurezza. Oceano e approdo sicuro allo stesso tempo come nessuno sarebbe stato mai. Il primo che avesse conosciuto al mondo confondendolo con il suo stesso odore, era il profumo di sua madre. Amava quella donna, l’amava di una stima profonda. Quante gliene aveva fatte passare. Lo sapeva bene, ma il destino non era stato semplice per la sua famiglia e lo aveva messo di fronte a delle scelte importanti ancor prima del tempo. E si sa, quando si sceglie si può sbagliare. Lo sapeva anche lei ma, nonostante la rabbia, la delusione a volte, non gli aveva mai fatto mancare l’amore e la vicinanza. Si accendeva la sigaretta che teneva nella tasca del grembiule, tirava una boccata e gli diceva sempre la stessa cosa:
“Aoh, ma che devo fa io co’ te? Dimmelo te e trovamo ‘na soluzione. Tocca fallo. Che te credi? So’ tu’ madre, ce lo sai, e nun te lascio da solo. Quindi vedi che poi fa’ che se vai in rovina me ce porti pure a me appresso a te”. Se la ricordava sempre così, pratica e diretta, ma ogni tanto si chiedeva se fosse stata davvero così o ci fosse diventata, del resto dovendo mandare avanti la baracca da sola e con tre figli non aveva avuto chance.

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Eppure qualcosa in lei parlava di altro. A volte era quella malinconia che le leggeva negli occhi mentre faceva le faccende di casa, altre volte quello sguardo lanciato verso il cielo, quando si affacciava in finestra senza nulla da dover fare, quasi cercasse i sogni che erano fuggiti via. Altre ancora, invece, erano momenti ribelli, come quando gridava a tutti che non si sarebbe mai riposata perché non voleva altra catene se non quelle che s’era scelta lei, o come quella sigaretta accesa in bocca quando tutti gli dicevano che era una donna e non stava bene.
“Aoh, ar poro marito mio je annava bene quindi vedete de farvelo andà bene pure voi. Si vojo fuma fumo, so vedova io e non devo da’ conto a nisuno”.
Sembrava che l’impeto e il tono dei suoi pensieri le fosse arrivato, perché per un attimo sembrò destarsi. Invece, poi, mosse un po’ il collo, allargó leggermente le gambe come facevano gli uomolini e allungò una gamba verso avanti, con il piede disteso che quasi usciva dallo zoccolo che portava ed il grembiule che si ritirò un po’ più su. Era bella, caspita se era bella mamma sua.

“When I cannot sing my heart
I can only speak my mind, Julia
Julia, sleeping sand, silent cloud, touch me
So I sing a song of love, Julia
Hum, hum, hum, calls me
So I sing a song of love, Julia, Julia, Julia”

Aveva quarantacinque anni ormai ma era ancora un fiore, senza rughe né capelli bianchi. Era più alta delle altre donne del quartiere, e forse anche di qualsiasi altra donna Carlo avesse incrociato. Era molto particolare, differente persino dentro tutta la sua famiglia. Aveva la pelle bianchissima e delicata ed i capelli color del miele, quando si fa un po’ più bruno col passare del tempo, ma la cosa più intensa erano i suoi occhi. Potevano spaziare dal grigio all’azzurro con degli inserti verdi e a volta addirittura gialli e se ti fosse capitato di inrociarli per la prima volta non saresti riuscito a parlare per quanto erano belli. Suo padre li chiamava gli occhi dell’oceano inquieto, perché avevano quel colore che l’acqua del mare prende quando è vicino agli scogli, quando non sai cosa ti possa riservare, né quanto sia profonda, ma faresti di tutto per gettarti e diventarne un tutt’uno. Quanto si amavano. Carlo iniziava a perdere alcuni ricordi col passare del tempo, ma quello di loro due abbracciati era sempre presente. Papà dietro che la stringeva forte alla sua vita e l’avvolgeva con le sue braccia forti, con la testa incastrata perfettamente tra il collo e la spalla della mamma, lì dove i capelli scendevano lunghi e ondulati.

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“Sei la vita mia tu. La scelta migliore che potessi fare nella vita. Sei l’amore mio”.
E non lo diceva per dire, la sua voce si incrina a un po’ e gli occhi gli brillavano di una luce misteriosa mentre lo diceva. Non riusciva ad essere così caldo e dolce neanche con i figli, nonostante li amasse follemente. Quanto erano belli assieme. Suo padre aveva ragione. Non avrebbe potuto fare scelta migliore. Non c’era un’altra donna così. Non era di quelle che sai come sono dopo un po’ che le hai conosciute. No, lei era diversa. Aveva in sé tutte le sfumature dell’essere umano, dell’essere donna. Non era mai scontata, mai banale, riusciva ad avere una profondità che ti scavava fino all’anima ed una femminilità ai limiti della sensualità, eppure se avesse voluto avrebbe tenuto testa a qualsiasi uomo. Goliardica e spiritosa come nessuno, forte e coraggiosa come il capitano di una nave che avresti seguito fino in capo al mondo.
Carló la guardò ancora intensamente e gli uscì una lacrima. Una sola, dall’occhio sinistro a rigare la guancia e arrivare fino al sapore delle labbra. Era commozione, era il suo cuore. Le sembró quasi sentire il rumore della goccia che cade nell’aria e si svegliò, alzò la testa, guardó suo figlio e gli regalò uno di quei sorrisi splendidi che solo lei sapeva fare.
“Che c’è Carlé? Nun t’avevo sentito. Tutto apposto?“
“Si, ma’, t’avevo chiamato ma ho risolto io. Riposate un altro pochetto. Ah, mamma? Ammazza quanto sei bella!”

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