Vento di Borgata

Salvatore tirò il separé che lo divideva dai letti degli altri fratelli, prese il 45 giri che gli aveva riportato Antonio dalla Francia e lo mise nel mangiadischi, poi spinse la levetta dell’accensione e il vinile iniziò a girare con quel suo fare gracchiante.

“There is an house in New Orleans
They call the rising sun
And its been the ruins of many a poor boy
And God I know I’m one
My mother was a taylor
She sewed my new blue jeans…”

Prese i jeans dalla sedia e fece con la mano per lisciarli e pulirli, quasi fossero morbide carezze per quei pantaloni che aveva tanto sognato. Quanto aveva dovuto aspettare! Li guardò ancora un po’ ammirato e poi se li infilò facendo scivolare le gambe dentro come fossero una seconda pelle ancora più bella, tirò su la zip lentamente e prese la cintura facendola scorrere tra i passanti mentre ancheggiava al ritmo dei The Animals e della loro melodia potente. Si guardò allo specchio compiaciuto, quasi fosse una rockstar. Si sentiva così forte e figo nonostante avesse solo 15 anni e niente, se non quella cintura dalla borchia di ferro e la testa d’aquila, fosse veramente suo. I pantaloni che sognava da sempre glieli aveva passati, il mese scorso suo fratello Giuseppe che, con il lavoro da meccanico, giù a via Prenestina, si era potuto permettere un paio di Rifle originali comprati in una boutique del centro, la camicia, invece, gliel’aveva passata Vincenzo che, dopo il matrimonio, aveva messo su un po’ di pancia. Era celeste con degli splendidi fiori blu, presa in viaggio di nozze a Milano dai parenti di Anna, la moglie di Vincenzo, e sembrava uscita da un film di James Dean. Mamma Carmela gli aveva rifatto polsini e colletto ormai consumati ed era tornata nuova, perfetta per uscire la sera ed essere il ragazzo più alla moda di tutta Casal Bertone. La cinta, però, era una sua conquista, comprata alle bancarelle di via Sannio, con i primi risparmi da apprendista. Ci aveva messo una mattinata intera a sceglierla. Sembrava dovesse comprarsi tutto il mercato e invece faceva semplicemente l’amore con quella splendida cintura in stile americano. Girava e rigirava, ma alla fine si ritrovava sempre davanti allo stesso banco, a fissarla come con una bella ragazza. Era perfetta. Se l’era guadagnata. Da quando aveva iniziato ad andare a bottega dal sor Mario per imparare a fare il falegname, infatti, poteva trattenere qualche soldo per lui da quelli che consegnava, puntuale come tutti, ogni settimana alla madre. Del resto, in una famiglia con 8 figli e una madre vedova, bisognava dare tutti una mano. Suo padre, pace all’anima sua, aveva fatto in tempo a portare tutta la famiglia a Roma, da suo fratello, per farsi assumere in una fabbrica di viscosa, lì a Largo Preneste, farsi licenziare e morire in un cantiere edile, nel giro di manco un anno. Tutto in nero, senza assicurazione e soprattutto senza soldi. Salvatore manco se lo ricordava più. Erano passati dieci anni. Rimaneva l’odore della barba, le carezze delle mani callose e quella voce ruvida con il forte accento calabrese, il resto erano più ricordi degli altri messi assieme che altro.

Roma, Borgata anni ’60, fonte “Ticonzero – Ministero Beni Culturali”

Papà ormai era quasi una figura mitologica a casa, santo oltre ogni misura, ligio oltre ogni onore e onesto più di quanto lo fosse veramente, perennemente sbiadito in un ricordo collettivo impresso nella memoria di ognuno. In fondo, però, Salvatore sapeva che ciascuno dei suoi fratelli aveva un’emozione personale, un profumo od un gesto che custodiva gelosamente e che non voleva dividere con nessuno, celandolo oltre quella specie di sipario comune. Solo Anita, ogni tanto, quando era più piccola gli raccontava qualcosa, qualche aneddoto sospirato mentre gli pettinava quei capelli che non voleva proprio tagliarsi e che qualcuno doveva mettere in ordine in qualche modo.

“Pari pari i capelli de papà sai? Erano così, ondulati e ribelli, solo che lui almeno da mamma se li faceva tajà! Me li ricordo sai. La domenica se faceva fa il nodo della cravatta da me, prima de andà a messa co’mamma a Santa Maria Consolatrice. Capirai ero la piccoletta sua io, guai a chi me toccava. Se me facevano qualche dispetto li metteva in riga tutti, pure Antonio e Vincenzo sa’, che te credi? Quando se incazzava li faceva tremà. Quanno tornava dar cantiere se, poco poco, mamma je raccontava quarcosa de storto non se andava manco a lavà, se tirava fori la cinta da li pantaloni e li andava a prende uno ad uno. Ma mica sempre eh! Se erano cose de poco conto se metteva a ride e diceva a mamma che mica poteva pensà a tutto lui. Capirai, mamma ce sformava subito quanno je diceva così. Ma lui je dava un pizzicotto sur culo, un bacetto e annava via. Ce sapeva fa, punto. Er nodo je lo dovevo fa solo io, manco mamma voleva. Nun c’erano santi, quanno se fissava sulle cose sue non lo smovevi manco co’ le cannonate. Sugnu testa i calabrisi, diceva sempre. Io però ero contenta, ero così piccola e me sentivo così orgogliosa. Mamma e Rosa dicono che era tosto e che se lo rispettavano tutti ar quartiere nostro un motivo c’era. Eppure io me lo ricordo così dolce. Tutte le domeniche mattina me se presentava davanti cor capello pieno de’ brillantina, er baffo tutto pettinato e quer profumo de colonia che ancora non so dove caspita la pijava. Se faceva sistema la cravatta e poi me faceva ‘na carezza sulla guancia con quelle mani callose che sembravano de fero. Quanto me manca certe volte”.

Povera Anita, aveva 10 anni lei quando successe il fattaccio e forse era quella che ne aveva sofferto di più. A parte Mamma Carmela ovviamente. Che poi, per uno scherzo del destino, quello stesso anno in cui era morto il Sor Pasquale, avevano chiuso quella fabbrica del cazzo. “La Snia, Dio se la porti via” come diceva la madre. Se non l’avessero mandata in malora, se non avessero licenziato tutti, il padre non sarebbe mai andato a lavorare su e giù dalle impalcature di legno. Eppure era l’unico lavoro facile. Roma era tutto un cantiere, sbaraccavano e costruivano palazzoni. Bastava presentarsi ad un cantiere qualunque e la giornata era assicurata. Certo, era tutto in nero ma, se non si prendeva l’occasione c’era già qualcun altro in fila. Fu così che il povero Pasquale fece un salto di oltre sei metri. Quel giorno lo caricarono sul cassone di un camion, due colleghi lo lasciarono davanti al Policlinico ancora agonizzante e altri due corsero a casa ad avvisare la moglie. Pochi giorni dopo, al funerale, passò anche il geometra con una busta e qualche soldo per tirare avanti e stare in silenzio. Mamma Carmela avrebbe pure parlato, denunciato il fatto, ma a chi? E con che risultato? Non sapeva neanche per chi lavorava veramente. E poi le bocche a casa erano tante e pensavano più a dover mangiare che a parlare. Per fortuna erano stati sempre una famiglia ed ognuno, in quel piccolo appartamento a piazza Cosenz, si dava già da fare. “Tutta colpa della Snia, che Dio se la porti via”. Salvatore, in quella fabbrica abbandonata, ci tornava ogni tanto, come tutti gli adolescenti, per farsi gli affari suoi, o portarci qualche ragazzetta all’insaputa di padri e fratelli più grandi. Ci arriva a a piedi dalla via Militare e poi entrava dal buco che avevano fatto nella recinzione. Un gioco da ragazzi. Un rifugio perfetto. Di certo meglio che a casa sua, in cui gli unici 5 minuti da solo li potevi passare solo quando ti dovevi vestire. Ecco, appunto, meglio prolungare quel momento. Si mise la camicia nei pantaloni, sbottonò un paio di bottoni sul petto non ancora villoso e che proprio non ne voleva sapere, e si buttò sul letto a godersi le ultime note.

“Yeah, there is a house in New Orleans
They call the rising sun
And its been the ruins of many a poor boy
And God I know I’m one”

Set di “Mamma Roma” a Casal Bertone

Un soffio di vento spostò la tenda e accarezzò gli ultimi sogni di un paio di stivali a punta, come quelli dei film western, un sacco da viaggio e qualche soldo, giusto per arrivare da un’altra parte del mondo, da un’altra parte della vita. Girare in autostop, vedere posti nuovi, essere qualcosa di diverso, sognare un’alternativa a quella strada che, a 15 anni, sembrava già segnata. Fissa e immobile come quella di Vincenzo, di Antonio, di Giuseppe e di tutti i suoi fratelli. Non c’era niente di male a imparare un’arte e farsi una famiglia gli ripeteva Mamma Carmela, e ne era convinto pure lui, per carità, ma l’idea di non poter cambiare, di essere la stessa cosa per tutta la vita lo uccideva. Ci sarebbe arrivato anche lui a quel pensiero, a quel bisogno di sicurezza e stabilità, ma più in là, un giorno forse. Poi avrebbe lottato, per tutta la vita, per continuare ad essere qualcosa scelto e costruito da lui, non tutti quei “é così che se fa”, “ma che te sei messo in testa? Mo te famo schifo come semo? “, “a regazzì nun c’avemo er tempo pe’fa li sogni, servono li sordi”. Voleva altro. E per farlo doveva vedere più cose possibili, staccarsi da quell’ombra attaccata alla pelle come l’odore del sudore dopo il cantiere. Ogni volta che ne parlava con qualcuno lo prendevano per matto. Sembrava che il mondo non si potesse cambiare mai. Se diceva chi era poi e da dove veniva, allora sembrava che tutti sapessero cosa avrebbe fatto e dove sarebbe finito. O andava come per il padre, o si finiva come zio Bruno, a Regina Coeli. In mezzo c’era la vita concessa a quelli come lui, a quelli che non avevano più casa, trapiantati da un’altra parte non per sognare, ma per vivere dei lasciti degli altri. Già, a casa sua poteva anche essere Turi, il più piccolo, rimproverato ma coccolato dal resto della tribù, per gli altri, però, era Salvatore, Salvatore er calabrese. Solo quello. Sempre quello. Troppo stretto. Vicia, ovvero Vincenzo, gli aveva detto che su a Milano era pure peggio, che quando era andato a lavorare con il suocero, manco calabrese gli dicevano, era solo un terrone. Poco importava su al nord se eri di Milazzo, di Cerignola o di Bovalino, quelli del sud erano semplicemente tut terun!
Il rumore della puntina arrivata alla fine del disco lo riportò per un attimo alla realtà. Aveva ancora 5 minuti, poi sarebbe tornato a casa anche Giovanni, l’altro suo fratello, e gli avrebbe dovuto lasciare il letto che sennò non poteva neanche riposare prima di cena. Si alzò velocemente, cercò una delle sigarette sfuse che mettevano a turno nel cassetto del comodino, prese un fiammifero dalla tasca dei pantaloni e se la accese. Due boccate piene, una nuvola di fumo a scacciare tutti i pensieri e poi via. Prese l’altro vinile che aveva sulla mensola, lo mise dentro e si affacciò alla finestra che dava sulla piazza.

“Oh yeah, I’ll tell you somethin’
I think you’ll understand
When I say that somethin’
I want to hold your hand
I want to hold your hand
I want to hold your hand”

Era il successo dell’anno, non c’era dubbio. Gli piaceva da morire e lo rendeva felice ed orgoglioso. non aveva gli stivali a punta ed i vestiti nuovi, ma era uno dei pochi, in tutto il quartiere, ad avere un disco dei Beatles. I Beatles! E pensare che, lì in borgata da lui, c’era chi ancora non li conosceva. Altri li avevano sentiti ma proprio non li capivano. Rosa, sua sorella più grande, ad esempio, gli diceva che era fissato con quella musica americana, che non gli poteva piacere perché non si capiva neanche una parola e che, anche se avessero cantato in italiano, non si sarebbero capiti ugualmente perché strillavano. Ma, a parte il fatto che erano inglesi, di Liverpool, aveva ragione, strillare strillavano, ed era quello il bello. Che gli importava di dove erano. Avevano i capelli lunghi, facevano ballare il mondo, urlavano tutta la loro giovinezza ed erano la cosa più nuova che si fosse mai vista. Sembrava quasi che non fosse esistito niente prima di loro. Sembrava quasi che il mondo di una volta non contasse più. I Beatles potevano tutto e se potevano loro, chissà, forse pure lui sarebbe riuscito a fregarsene di tutte quelle stronzate che lo opprimevano. Buttò via la sigaretta fuori dalla finestra con un gesto deciso, saltò sul letto ancora scalzo con i suoi blue jeans e la sua camicia a fiori, e iniziò a ballare e a dondolare la testa da una parte ad un’altra, fino a far tremare tutto.

“And when I touch you
I feel happy inside
It’s such a feelin’ that my love
I can’t hide
I can’t hide
I can’t hide”

Saltava, ballava e cantava in una lingua tutta sua. Non importavano le parole, le stava sentendo con ogni muscolo del corpo, con ogni molecola della sua anima. Non c’era quel letto di ferro, non c’erano quei muri sporchi di fumo, non c’era niente. C’era però Mamma Carmela e come la mezzanotte per Cenerentola, come la luce dell’alba per il vampiro, arrivò implacabile, gettando via il separé e spegnendo il mangiadischi. 
“Aho! Turi, pacciasti? Ti pari chistu u modu. Stuta stu cosu e dassasi u postu a Gianni”. 
“Ah ma’, ma so i minuti mia, ancora nun è mica arrivato Gianni, nun stavo a fa mica niente de male”. 
“Ah no? Intanto stavi a fumà na sigaretta de tu fratello e poi stai a fa’ un casino e non vojo che abballi supra u lettu. Tié, mettite le scarpe, pija sti spicci e va pigghiami u latti dar Sor Attilio. Sbrigate che me serve”. 
“Vabbè vabbè, volo, ma nun c’è mica bisogno de arabbiasse”. 
Salvatore con un balzo si mise seduto, si infilò i calzini e poi le scarpe in un lampo. Quando Mamma Carmela chiedeva qualcosa non doveva aspettare. Altro che Beatles, altro che inglesi e americani, la vera frontiera del futuro era lei, con quel suo passare dal calabrese al romano nella stessa frase, con quell’essersi perfettamente adattata a quel dormitorio di borgata pur continuando a vivere come se fosse ancora in campagna. E chi la smuoveva. Forse doveva essere così, forse non c’era niente da cambiare, ci si doveva solo adattare e rimanere se stessi. Si ma come? 

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